L’ombra del debito globale si allunga sull’economia internazionale, segnando nei primi sei mesi del 2026 una corsa senza precedenti che ha fatto aumentare il totale dello stock oltre la soglia record dei 365mila miliardi di dollari.
Analizzando per aggregato, i mercati emergenti hanno evidenziato un incremento di 6,5mila miliardi, sotto la spinta sempre più trainante della Cina, mentre sul fronte dei settori produttivi la pressione si manifesta in modo simmetrico tra i governi sovrani e le aziende non finanziarie.
Il tratto distintivo di questa fase risiede nella natura degli investimenti sottostanti. Infatti, a differenza dei precedenti cicli alimentati da politiche monetarie accomodanti o da contingenze congiunturali post-pandemiche, l’attuale accumulo di debito è guidato da un megatrend di capex strategico e ciclico.
La corsa agli armamenti, il poderoso sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’intensa industrializzazione dei data center hanno corroborato la necessità di ricorrere obbligatoriamente al mercato del debito.
Sebbene l’inflazione agisca parzialmente come un ammortizzatore nominale, erodendo il valore reale delle passività pregresse, il quadro resta obiettivamente fragile a causa della convergenza simultanea di molte variabili esogene.
La politica monetaria risulta ad oggi confinata, di fatto, tra i suoi vincoli di manovra e di mandato sia dalla resilienza dell’economia statunitense sia dalle pressioni inflazionistiche persistenti, ma anche dallo shock energetico legato all’inasprimento delle tensioni in Medio Oriente che hanno compromesso la lunga catena di approvvigionamento del petrolio e del gas naturale, infine dalla saturazione dell’offerta di debito pubblico con i titoli di Stato penalizzati dalla forte concorrenza delle obbligazioni societarie con spread più profittevoli.
In uno scenario dove i titoli di Stato a 10 anni garantiscono un rendimento superiore al 5%, si assiste inevitabilmente a una contrazione dell’interesse per il premio del mercato azionario.
Tale convergenza di fattori ripropone inevitabilmente il rischio sistemico della dominanza fiscale, configurazione in cui l’autorità monetaria è costretta a subordinare i propri obiettivi di stabilità dei prezzi all’esigenza di garantire la solvibilità del Tesoro e la liquidità del debito sovrano.

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers
Il superamento di questo regime di subalternità istituzionale impone una stretta ricomposizione dei bilanci pubblici e la salvaguardia dell’indipendenza operativa delle banche Centrali.
In ultima analisi, il ritorno della dominanza fiscale non rappresenta soltanto una criticità congiunturale dei mercati obbligazionari, ma un vero e proprio stress test per l’architettura istituzionale contemporanea. Se la politica monetaria dovesse cedere definitivamente il passo alle urgenze di bilancio, il costo finale verrebbe pagato in termini di perdita irreversibile di credibilità degli assetti macroeconomici e di instabilità monetaria di medio e lungo periodo. Il ripristino di un rigoroso confine tra la gestione del debito sovrano e la tutela del potere d’acquisto della moneta costituisce, pertanto, l’unica direttrice obbligata per preservare la tenuta del sistema finanziario globale.
