C’è un Paese che siede su una delle riserve di risparmio privato più consistenti d’Europa e ha un sistema produttivo che resta strutturalmente sottocapitalizzato. È da questa contraddizione – il “paradosso del risparmio italiano” – che parte il rapporto del Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari della Luiss presentato a Roma insieme all’Associazione Italiana Private Banking, primo tentativo di leggere in modo integrato due mondi finora analizzati separatamente: la ricchezza delle famiglie e il fabbisogno di capitale delle imprese.
I numeri del disallineamento sono netti. Le attività finanziarie delle famiglie italiane superano i 6.000 miliardi di euro – 6.488 miliardi nel 2025 per essere precisi, secondo l’elaborazione Aipb – e il patrimonio netto complessivo oltrepassa i 12.000 miliardi. Di quella ricchezza finanziaria, circa 1.600 miliardi restano liquidi sui conti correnti e una percentuale inferiore allo 0,7% è investito in azioni quotate di imprese italiane.
La liquidità pesa per il 36% dei portafogli contro l’11% degli Stati Uniti, le azioni per il 3% contro il 30%. Una simulazione Aipb quantifica il costo dell’immobilismo: diecimila euro investiti trent’anni fa varrebbero oggi circa 20.800 euro in un portafoglio di sola liquidità e oltre 90.000 in uno orientato alla crescita. Negli ultimi vent’anni la ricchezza finanziaria delle famiglie è cresciuta del 2,6% medio annuo in termini nominali, ma solo dello 0,7% in termini reali.
Dietro questa struttura difensiva ci sono tre fattori che il rapporto isola con precisione. Il primo è culturale: il 63% dei risparmiatori indica come priorità la sicurezza di non perdere il capitale, appena il 15% guarda al rendimento di lungo periodo. Il secondo è l’effetto di spiazzamento del debito pubblico, con il contributo delle famiglie al debito sovrano cresciuto del 47% tra il 2018 e il 2024. Il terzo è un deficit di protezione assicurativa che alimenta la liquidità precauzionale: con 427 euro di premi danni pro capite l’Italia è ultima tra i paesi europei considerati.
Sul versante delle imprese il quadro è speculare. La dipendenza dal canale bancario resta eccessiva, il mercato del venture capital nazionale vale appena un quinto di quello francese o tedesco e il listino si assottiglia: tra il 2023 e la metà del 2025 si sono contati 86 delisting contro 62 nuove quotazioni, con una perdita di capitalizzazione superiore ai 44 miliardi. Eppure l’analisi Aipb-Prometeia su 450 bilanci indica che le scelte di apertura pagano, e molto: nel triennio 2022-2024 le imprese che hanno diversificato le fonti di finanziamento registrano un differenziale di crescita del fatturato del 106%, quelle che hanno aperto il capitale a terzi e a investitori istituzionali del 46%, quelle che hanno pianificato per tempo la continuità generazionale del 64%. Nonostante questo, più di un imprenditore su tre non si è mai posto il tema della diversificazione finanziaria, e strumenti come private equity, minibond e club deal restano largamente sconosciuti.
La consulenza patrimoniale si candida a fare da ponte su una platea di 88.000 imprese con più di dieci addetti e una relazione bancaria già attiva e di 12 milioni di famiglie con oltre 50.000 euro di ricchezza investibile, per complessivi 3.500 miliardi. Il private banking gestisce oggi 1.400 miliardi, il 30% dei quali fa capo a imprenditori, e il suo contributo integrato all’economia reale ha raggiunto circa 168 miliardi a fine 2024, il 39% in più rispetto al 2018. «Per tornare a crescere occorre valorizzare appieno due grandi risorse che già abbiamo: impresa e risparmio», ha sintetizzato il presidente Aipb Andrea Ragaini.
«Mobilitando verso l’economia domestica solo l’1% dei risparmi delle famiglie oggi detenuti su conti correnti e depositi e il 2,5% delle risorse degli enti previdenziali, si potrebbe attivare un flusso di circa 25 miliardi di euro: una vera manovra», ha osservato Angelo Camilli, vicepresidente di Confindustria per il credito, la finanza e il fisco, indicando nella legge di bilancio 2027 la sede giusta per promuovere incentivi strutturali alla capitalizzazione.
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Diecimila euro investiti nel 1996 valgono oggi circa 20.800 euro se rimasti liquidi e oltre 90.000 in un portafoglio orientato alla crescita
