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Federal Reserve, la prova di forza di Warsh stretto tra i mercati e Donald Trump
Di Antonio Potenza |
Pubblicato il 8 Settembre 2026
Il presidente della Fed esce da Jackson Hole con una postura più hawkish e riporta sul tavolo l’ipotesi di un rialzo dei tassi. Ma tra le case di gestione prevale ancora la prudenza: inflazione e mercato del lavoro saranno decisivi per capire se la stretta arriverà già a settembre o più avanti

Il vento per le banche centrali sta cambiando di nuovo. Dopo le virate in alto mare per riportare l’inflazione al proprio posto dopo i vari shock che a cascata hanno colpito i mercati dalla guerra dell’Ucraina in poi; Bce, ma soprattutto Fed, sotto l’influenza delle complicazioni di Hormuz, si ritrovano a dover prendere in considerazione un nuovo scenario: quello del ritorno del rialzo dei tassi. A Jackson Hole, il discorso di Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve, è stato più hawkish (falco) delle attese. Una posizione che ha rapidamente modificato le aspettative del mercato, facendo salire la probabilità attribuita a una stretta già nella riunione del 16 settembre. Tra i gestori, tuttavia, lo scenario resta meno definito e la lettura prevalente è che la Fed possa ancora permettersi di aspettare.
Per Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco, il cambio di tono è evidente: «Il mercato ha prontamente riprezzato la probabilità di un rialzo dei tassi a settembre al 60%, una possibilità che potrebbe scendere molto se il prossimo dato Pce dovesse segnalare anche solo una stabilizzazione». Da capire se le prossime rilevazioni confermeranno pressioni inflazionistiche persistenti. Anche Thomas Hempell, head of Macro & Market Research di Generali Investments, sottolinea come il discorso di Warsh «abbia chiaramente aumentato il rischio di una stretta già a settembre», tuttavia le previsioni della società restano prudenti: il rialzo potrebbe arrivare solamente dopo le elezioni di Midterm.
A mantenere entrambe le possibilità aperte è Christian Scherrmann, chief U.S. Economist di DWS, anche se la probabilità leggermente maggiore continua a essere assegnata alla seconda ipotesi e «i rischi sono chiaramente orientati al rialzo».
Più netto Jaimie Patton, managing director e co-head of Global Rates di TCW, che si aspetta tassi fermi a settembre salvo sorprese rilevanti dai dati. «Il suo discorso è effettivamente suonato hawkish, ma la mia interpretazione è simile a quella che avevo dopo la conferenza stampa di giugno: tutto questo riguarda la credibilità, non la forward guidance». Per Patton, Warsh deve convincere il mercato della disponibilità della Fed ad agire se necessario. Un obiettivo che il presidente avrebbe già raggiunto, visto che «il mercato obbligazionario ha apprezzato il suo intervento e la curva dei rendimenti si è notevolmente appiattita».
Il nuovo scenario riporta l’attenzione anche sulle scelte obbligazionarie. Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, continua a vedere come scenario base tassi invariati e sottolinea che «per gli investitori, questo rafforza l’opportunità di bloccare i rendimenti». La preferenza va alle obbligazioni di qualità con scadenze tra due e cinque anni, dove il livello di reddito può offrire protezione in caso di nuovi rialzi dei tassi e limitare il rischio di reinvestimento se i rendimenti dovessero invece scendere.