Nel 1993 erano oltre mille, sette anni dopo erano scese a quota 900. Oggi non sono più di 400 considerando anche quelle che non hanno aperto neppure uno sportello perché tutta l’attività viene svolta online. Il calo degli istituti bancari in Italia, dopo anni di integrazioni, fusioni e incorporazioni, è impressionante, ma non è mica finita. Oggi in quello che viene definito il risiko bancario sono coinvolte, per ora, sette grandi banche, chi nella veste di preda e chi di cacciatore, e anche quelle più piccole sono sempre più spesso oggetto di rumor legati alla proprietà. Insomma, il processo di integrazione andrà avanti, ma quali saranno le conseguenze per i clienti? Da una parte, anche per il sistema bancario nel suo complesso, questo processo di aggregazione ha indubbi vantaggi: banche con un maggiore patrimonio hanno una maggiore capacità di assorbire gli choc economici, di investire in innovazione o di competere a livello europeo.
Ma non sono solo aspetti positivi. «Accanto ai benefici, però» spiega Andrea Rocchetti, Global Head of Wealth di Moneyfarm «emergono alcune criticità. Un mercato più concentrato tende infatti a ridurre la pressione competitiva tra gli operatori, limitando sia le occasioni per i clienti di cambiare intermediario sia gli incentivi per le banche a migliorare la propria offerta. Il tema è particolarmente rilevante nel risparmio gestito italiano».
Alla fine del 2025, i primi due istituti di credito italiani controllavano una quota attorno al 40% degli attivi del sistema e i primi cinque gruppi bancari italiani arrivavano al 68%. L’altro elemento caratteristico del sistema italiano da considerare è il modello integrato, in cui lo stesso gruppo controlla la banca, la società di gestione patrimoniale e la rete distributiva. Una struttura che, oltre a generare potenziali conflitti di interesse, non ha portato una maggiore efficienza, visto che, ad esempio, i costi dei fondi comuni in Italia restano tra i più elevati d’Europa.
«Secondo un’indagine di Altroconsumo» continua Rocchetti «il 50% degli intervistati utilizza la stessa banca da oltre vent’anni e il 73% da più di dieci anni. Sul fronte degli investimenti si osserva maggiore mobilità, ma anche in questo caso le alternative vengono spesso valutate all’interno di un sistema caratterizzato dagli stessi meccanismi di concentrazione e fedeltà. Che si tratti più di inerzia che di una scelta consapevole sembra suggerirlo anche il costo sostenuto dai clienti. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 chi aveva un conto presso la stessa banca da oltre dieci anni pagava mediamente 122 euro l’anno, più del doppio dei 59 euro sostenuti da chi aveva aperto il conto da meno di dodici mesi».
In teoria, le economie di scala generate dalle fusioni dovrebbero consentire servizi migliori e meno costosi. L’esperienza degli ultimi anni mostra però che i vantaggi derivanti dalle sinergie tendono spesso a rimanere in capo agli azionisti, senza riflettersi in una riduzione delle commissioni per i clienti. Il risiko bancario, inoltre, non ha arrestato il progressivo ridimensionamento della presenza fisica sul territorio. Nel solo 2025 sono stati chiusi altri 516 sportelli e oggi il 44% dei comuni italiani è privo di una filiale bancaria, lasciando circa cinque milioni di persone senza un presidio di prossimità.
ARTICOLI
Aggregazioni bancarie, ecco cosa cambia per i risparmiatori
Gli istituti di credito avranno una maggiore capacità di affrontare le crisi, ma si ridurrà la concorrenza e i vantaggi delle sinergie non si rifletteranno in una riduzione delle commissioni
