C’è qualcosa di profondamente anomalo nei mercati finanziari globali di questa fase storica. Di fronte a uno scenario geopolitico che, solo pochi anni fa, avrebbe fatto tremare le Borse, oggi assistiamo invece a una sorprendente tenuta. I numeri lo raccontano bene: l’S&P 500, che il 27 febbraio – prima dell’attacco americano e israeliano all’Iran – si collocava intorno ai 6.881 punti, al momento in cui questo giornale va in stampa oscilla poco sopra i 7.173, segnalando un progresso nonostante le tensioni e il blocco di Hormutz. Il petrolio Brent è passato da circa 72 dollari al barile a un’area di poco superiore ai 100, riflettendo sì le tensioni energetiche, ma senza strappi incontrollati. E l’oro, tradizionale termometro della paura, è sceso da circa 5.176 a 4.650 dollari l’oncia, segnalando cautela ma non panico.
Guerre aperte, tensioni tra blocchi, crisi energetiche, ritorno dell’inflazione: eppure i listini non crollano. Rimbalzano, assorbono, si deformano senza spezzarsi. Come fossero, appunto, di gomma. Gli operatori stessi faticano a spiegare questa resilienza. Una prima risposta sta nelle aspettative, forse eccessive, sulla produttività legata all’intelligenza artificiale. L’idea che la nuova ondata tecnologica possa generare crescita, efficienza e margini sta sostenendo le valutazioni, anche oltre i fondamentali attuali. È una fiducia che guarda avanti e che, per ora, compensa le incertezze del presente.
C’è poi il capitolo energia. Dopo lo shock seguito all’invasione russa dell’Ucraina, il sistema globale ha reagito con una velocità inattesa: il ritorno del nucleare, il rafforzamento delle rinnovabili – persino negli Stati Uniti – e una diversificazione delle fonti (non proprio ovunque, ahinoi, ma quasi) che ha attenuato i timori più estremi. Il risultato è che la crisi petrolifera rallenta l’economia, ma non la travolge. Sul piano geopolitico, inoltre, si registra una sorta di “contenimento implicito”. La Russia di Putin non ha mai realmente oltrepassato la soglia retorica sull’uso dell’arma nucleare; la Corea del Nord di Kim Jong Un è rimasta ai margini; le tensioni più acute restano sotto il livello di rottura sistemica. È un equilibrio fragile, ma sufficiente a evitare il panico. Eppure, sotto questa superficie elastica, le crepe non mancano.
L’economia globale mostra segnali di rallentamento evidenti, compressa tra costo dell’energia, politiche monetarie restrittive e domanda debole. Gli analisti tornano a evocare lo spettro della stagflazione: crescita bassa e inflazione persistente, una combinazione che storicamente penalizza sia i consumi sia gli investimenti. A complicare il quadro contribuisce la politica. La presidenza di Donald Trump riapre scenari di instabilità commerciale e diplomatica; l’Europa appare politicamente incerta, frammentata, spesso più reattiva (e poi neanche tanto) che strategica; la Cina, osservatore silenzioso ma decisivo, rallenta la propria crescita e alimenta timori più profondi di quelli legati al breve periodo. In questo contesto, i mercati sembrano sospesi tra due narrazioni opposte.
Da un lato, quella ottimista: tecnologia, transizione energetica, capacità di adattamento del sistema globale.
Dall’altro, quella più cupa: debolezza strutturale della crescita, tensioni geopolitiche irrisolte, fragilità dei sistemi politici. Il risultato è un equilibrio instabile ma sorprendentemente solido. I mercati non negano i rischi, li incorporano e li diluiscono nel tempo. Non reagiscono più con shock immediati, ma con aggiustamenti progressivi. È questa la vera natura del “mercato di gomma”: una struttura che assorbe gli urti, li redistribuisce, li rimanda.
Resta però una domanda aperta: fino a quando? Perché la gomma, per quanto resistente, ha un limite. E se le tensioni dovessero convergere – energia, geopolitica, crescita – la capacità di assorbimento potrebbe non bastare più. Per ora, i mercati resistono. Ma la loro calma, più che rassicurare, interroga.
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Mercati di gomma
Non negano i rischi, li incorporano e li diluiscono nel tempo. Non reagiscono più con shock immediati, ma con aggiustamenti progressivi. È questa la vera natura della resilienza
