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La tempesta perfetta. I conflitti, la bolla finanziaria e la possibilità di un rialzo dei tassi sono un cocktail micidiale
Di Sergio Luciano |
Pubblicato il 14 Aprile 2026
Ma i mercati finora hanno mostrato una formidabile resilienza e per molti operatori ogni ribasso è stata un’occasione per comprare a prezzi più interessanti

“Grande è la confusione sotto il cielo, e tutto va ottimamente”: il surreale motto attribuito a Mao Tze Tung sembra calzare come la scarpina di Cenerentola alla situazione dei mercati finanziari oggi. Dal 2 gennaio scorso, l’S&P 500 – il più importante indicatore della Borsa americana – è sceso da circa 7.070 punti al di sotto di quota 6.800 (–4,1%), il CSI 300 cinese è scivolato da 4.780 punti ai circa 4.600 di questi giorni (–3,9%) e l’oro, bene-rifugio, ha invece brillato nel buio impennandosi da 4.332 a oltre 4.750 dollari l’oncia (+7,6%) restando in orbita dopo aver toccato un massimo a quota 5.550 dollari. Invece, il petrolio è schizzato dai 61 dollari oltre i 100 dollari al barile (la varietà Brent) con un +65% circa in 100 giorni. Lo shock energetico è stato la sola conseguenza davvero sofferta dai mercati per la guerra in Iran. Significa che “avrebbe potuto andar peggio”.
C’è la guerra, si dovrebbe rabbrividire per le carneficine in Palestina, Libano e Ucraina e paventare l’escalation. C’è l’incognita della “bolla” finanziaria, l’incertezza (e i primi licenziamenti massivi) per gli effetti reali dell’intelligenza artificiale, timore sul ruolo delle cripto e delle stable coin, si avvertono scricchiolii sinistri sulla tenuta dei fondi di debito e perfino sull’efficienza di quelli di private equity. L’economia reale ha forti dubbi sull’efficienza delle catene di forniture e sulla disponibilità di materie rare. E il calo dei tassi, dato per certo a inizio anno, oggi sembra tramontato per l’inflazione da petrolio che sta arrivando. Anzi, sostituito dalla previsione di rialzi.
Eppure voci autorevoli – e accreditate da celebri previsioni giuste – considerano più significativa la resilienza finora dimostrata dai mercati che questo micidiale cocktail di rischi. Per Mohamed El-Erian, il fondatore di Pimco, guru del reddito fisso, «I mercati hanno dimostrato una capacità di adattamento sorprendente, non perché i rischi siano scomparsi, ma perché gli investitori hanno imparato a prezzare anche l’impensabile». E Larry Fink, ceo di BlackRock, nella sua ultima lettera agli azionisti: «Viviamo nell’era della policrisi. Chi aspetta la chiarezza per investire, aspetterà per sempre». Eduard Carmignac ha addirittura acquistato pagine di giornali per dire che «il disordine non distrugge valore nel lungo periodo ma lo redistribuisce» e quindi «come gestori continueremo a concentrarci non a evitare il caos ma a scoprire le opportunità».
Come mai tanta calma? Forse perché la sensazione dei più è che il rischio di un olocausto nucleare sia fugato, cosa tutt’altro che ovvia; e che anche la devastante imprevedibilità di Trump si ridimensioni di fronte al vecchio assioma del saggio Benjamin Graham: «Il mercato nel breve periodo è una macchina per votare, nel lungo periodo è una macchina per pesare». Senza dimenticare il vecchio adagio dei trader inglesi: «Bull markets climb a wall of worry» – i mercati toro scalano anche un muro di preoccupazioni.
In effetti, molti operatori istituzionali hanno usato i minimi delle ultime settimane per accumulare posizioni con pazienza. I mercati hanno visto nella crisi quello che i mercati vedono sempre, alla fine: un’occasione per chi ha nervi saldi. Perché, insomma, anche stavolta, con tutta probabilità, vale quel che consideravano nel 2008 gli investitori che riuscirono a guadagnare anche da quella gravissima crisi: le minacce sono reali. Ma l’apocalisse, ancora una volta, ha rinviato l’appuntamento.