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Iran, energia e mercati finanziari: l’Europa torna a fare i conti con la sua fragilità
Di Antonio Potenza |
Pubblicato il 25 Marzo 2026
La tensione in Medio Oriente si innesta su un quadro macro già fragile e riporta il rischio geopolitico al centro delle scelte di portafoglio. Nell’ultima puntata di Risparmio & Altre Storie, Alessandro Pozzi (PoliMi) e Alberto Salato (Neuberger Berman), tracciano il perimetro di azione del Vecchio Continente

La crisi in Iran fa tornare al centro del discorso pubblico europeo il tema dell’autonomia energetica del Vecchio Continente. Di questo e dei possibili scenari evolutivi del conflitto ne hanno parlato Alessandro Pozzi (secondo da destra, nella foto), docente di geopolitica per la difesa e la sicurezza al Politecnico di Milano e Alberto Salato (a destra, nella foto), client portfolio manager di Neuberger Berman durante l’ultima puntata di Risparmio & Altre Storie, la rassegna mensile di FR|Vision che discute con esperti del settore delle notizie più importanti per risparmio gestito e finanza.
Il Medio Oriente resta, anche se lo è sempre stato almeno dagli anni ’70, decisivo per gli equilibri energetici globali e per questo motivo, e non solo, è da escludere, secondo Pozzi, l’ipotesi di una crisi breve. “Quello che abbiamo come prospettiva è una guerra più lunga e intermittente” racconta l’esperto, “intervallata da fasi di temporanea interruzione dell’ostilità e nuovi attacchi israeliani”. D’altronde, racconta, l’escalation ha già colpito infrastrutture energetiche strategiche iraniane e potrebbe allargare ulteriormente l’area di instabilità. Uno scenario che rende ancora più centrale il nodo dello Stretto di Hormuz e dei flussi energetici globali.
La conseguenza più immediata riguarda l’energia, e dunque l’Europa, ma per Alberto Salato, client portfolio manager di Neuberger Berman, continua a sentirsi a livello europeo la mancanza di una vera strategia di lungo periodo: “Sento parlare molto poco di piani industriali strutturali di lungo termine per rendere l’Europa finalmente indipendente dagli idrocarburi”. Lo conferma anche Pozzi: “Questa è una guerra che va contro gli interessi strategici europei in primis”, ha detto infatti, ricordando che l’Unione importa ancora una quota rilevante di materie prime energetiche e che la transizione richiede tempi lunghi, investimenti e riconversione industriale. Tuttavia, proprio nella crisi intravede anche un’opportunità: infrastrutture per accumulo e trasporto di energia da rinnovabili, diversificazione delle fonti e persino il nucleare possono aprire nuovi spazi di sviluppo.
Per i mercati il punto è che il conflitto si innesta su un quadro macroeconomico già indebolito. Infatti Salato osserva che i segnali di rallentamento erano visibili già prima dell’escalation, tra frenata del lavoro Usa e fiducia in calo in Europa. In questo contesto, avverte, “questi non sono più mercati in cui avere un approccio passivo” e “bisogna avere dei gestori che facciano delle scelte”. Il rischio geopolitico, insomma, non è più un fattore accessorio, ma una variabile strutturale dell’asset allocation.