La storia suggerisce che reagire emotivamente agli eventi geopolitici raramente rappresenta una strategia di investimento valida. I mercati sono soggetti a volatilità di breve termine e a movimenti di avversione al rischio, ma queste reazioni spesso si rivelano temporanee. Nei precedenti conflitti nell’area mediorientale i mercati azionari hanno sofferto durante le fasi di escalation, ma le perdite sono rientrate spesso con l’attenuarsi delle tensioni. Vendere può fornire una rassicurazione a breve termine, ma rientrare nel mercato può essere complicato. Ma tutto dipende dall’evoluzione che avrà il conflitto e dalle sue diverse conseguenze economiche. «Uno studio della Federal Reserve di Dallas, condotto durante le tensioni tra Israele e Iran nel giugno 2025» spiega un’analisi di Indosuez Wealth Management «ha stimato che la chiusura dello stretto comporta un aumento di quasi 130 punti base dell’inflazione statunitense. Ma, in definitiva, l’impatto dei prezzi del petrolio sull’economia e sui mercati dipenderà dalla durata del conflitto. Attualmente, secondo le principali piattaforme di previsione, vi è una probabilità del 70% che una possibile risoluzione si verifichi entro la fine di aprile. Come riferimento, le stime indicano che un aumento sostenuto del 10% dei prezzi del petrolio influisce tipicamente sulla crescita globale per -10/-20 punti base e sull’inflazione per +20/+40 punti base». Indosuez Wealth Management ha disegnato tre possibili scenari. Eccoli.
Nessuna escalation
L’Iran riesce a contenere la situazione e si prevede che i combattimenti si attenuino entro poche settimane. Lo Stretto di Hormuz subisce interruzioni nel traffico marittimo, ma rimane aperto, e i prezzi del petrolio tornano a 60-70 dollari al barile con una stabilizzazione del premio al rischio geopolitico.
Escalation
Il conflitto in Medio Oriente si amplia e lo Stretto di Hormuz viene chiuso facendo salire il prezzo del petrolio oltre i cento dollari al barile. La Cina, pur essendo il maggiore importatore mondiale di petrolio, dispone di tre importanti fattori di mitigazione: la diversificazione degli approvvigionamenti, ingenti riserve strategiche e una rapida transizione verso le energie rinnovabili. Negli Stati Uniti, invece, l’aumento dei prezzi della benzina potrebbe comprimere ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori a basso reddito e potrebbe comportare rischi al ribasso più significativi per l’economia del Paese. Un aumento più prolungato dei prezzi del gas naturale eserciterebbe un’ulteriore pressione sul settore manifatturiero europeo compromettendo in modo significativo anche la ripresa della Germania. È tuttavia importante sottolineare che l’Europa dispone di un numero maggiore di stabilizzatori automatici per proteggere i consumatori da questo tipo di shock. Dal punto di vista dei mercati finanziari, uno scenario di questo tipo sarebbe negativo per gli asset rischiosi e costringerebbe le banche centrali a un complesso esercizio di equilibrio: da un lato sostenere la crescita economica, dall’altro fronteggiare un nuovo aumento dell’inflazione previsto per il 2026.
Cambiamento di regime
La formazione di un nuovo governo iraniano, sotto la pressione politica internazionale e regionale, riduce in modo significativo le ritorsioni e riapre i negoziati con la comunità internazionale. Questo consentirebbe agli Stati Uniti di rivendicare un successo politico di fronte alla propria base elettorale in vista delle elezioni di medio termine. Nel medio periodo, le iniziative degli Stati Uniti e di Israele potrebbero favorire un cambiamento di regime in Iran, contribuendo a ripristinare un equilibrio regionale più stabile. In tale contesto, i prezzi del petrolio registrerebbero un forte calo, con effetti positivi sulla crescita globale. Il greggio potrebbe tornare intorno ai 50 dollari al barile, considerando che lo scenario di fondo rimarrebbe caratterizzato da un eccesso di capacità produttiva.
