L’ondata di malumori e mormorii dopo l’annuncio dell’integrazione di servizi di pianificazione fiscale automatizzata dall’IA, ha riacceso una domanda che nell’industria circola da anni: questa tecnologia è un acceleratore di efficienza o una minaccia per la consulenza? Per Paolo Giudici, professore ordinario di Statistica all’Università di Pavia nonché esperto di modelli quantitativi e IA applicata alla finanza, il rischio di sostituzione esiste, ma non è scritto: «Dipenderà dalla qualità degli algoritmi, dal quadro regolamentare e dalle scelte industriali degli operatori».
Un primo punto, spesso trascurato nel dibattito, è che «non esiste un’unica IA». Giudici spiega: «C’è un’IA “di base”, probabilistica, che può produrre errori e allucinazioni; e c’è un’IA di qualità elevata, più affidabile e capace di sostenere esigenze davvero personalizzate». Le attività “pronte” sono già molte: analisi dei dati di mercato, profilazione quantitativa del cliente, costruzione e ottimizzazione di portafogli su parametri predefiniti, ribilanciamenti, reportistica personalizzata. In questo senso, cioè in ottica di standardizzazione dei processi, l’IA è possibile ed economicamente razionale, poiché abbatte tempi e costi. «Diverso il discorso per la fascia alta, dove contano ascolto, contestualizzazione, gestione delle aspettative e dei comportamenti nei momenti di stress» chiosa Giudici. È in questa dimensione che l’intervento umano resta decisivo.
Altro punto su cui si glissa quando si parla di IA è il tema della fiducia: chi risponde di una raccomandazione suggerita da una macchina? Per Giudici, oggi la responsabilità resta in capo all’umano, e proprio per questo il tema diventa la capacità di valutare la qualità degli strumenti: accuratezza, robustezza, stabilità, interpretabilità, equità
Sul fronte operativo, intanto, le case di gestione si stanno attrezzando. Roberto Coletta, branch manager Italy di Julius Baer, nel nuovo episodio di Big Talk disponibile su FR|Vision, descrive un approccio che mette la tecnologia al servizio del relationship manager: un tool proprietario che, in tempo reale, permette lo “screening” dei portafogli dei clienti alla luce della ricerca interna. Un supporto “materiale”, utile per generare spunti e riflessioni, ma con un principio chiaro: «Il fulcro resta il dialogo del banker con il cliente».
Il punto di caduta, allora, è preoccuparsi di come l’IA trasformerà la professione, più che sostituirla. È plausibile pensare che il consulente del futuro avrà la capacità di interpretare e validare output algoritmici, assumersi la responsabilità delle decisioni, spiegare le scelte in modo tracciabile e coerente con gli obiettivi del cliente. Con un effetto collaterale già visibile, sottolinea Coletta: «La tecnologia di qualità costa, richiede dati, infrastrutture e competenze, e può accelerare il consolidamento, premiando chi ha scala e governance per investirci davvero».
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L’Intelligenza artificiale non sostituirà i consulenti finanziari, ma ne modificherà il ruolo
Dopo l’integrazione di servizi di pianificazione fiscale automatizzata, torna il tema della “sostituzione”. Per Paolo Giudici (Università di Pavia) la partita si gioca su qualità degli algoritmi, regole e scelte industriali. Roberto Coletta (Julius Baer) nell’episodio di Big Talk su FR|Vision ricorda che le analisi richiedono un costo di innovazione
