La Bce ha annunciato nelle settimane scorse che concederà prestiti in euro alle banche centrali del mondo che ne faranno richiesta. In altre parole, la Banca centrale europea si offre come prestatore di ultima istanza per affrontare crisi di liquidità di altri Paesi con prestiti garantiti da collaterali nella valuta europea. Questo ruolo è storicamente spettato alla Fed americana e al dollaro che restano la banca centrale e la valuta di riferimento mondiale come mezzo di scambio, asset di riserva e bene rifugio. Ma qualcosa sta cambiano. Da anni si parla di dedollarizzazione dell’economia mondiale. La frammentazione geopolitica, le rivoluzioni tecnologiche, la perdita di credibilità e l’imprudenza fiscale degli Usa stanno erodendo il ruolo del biglietto verde. Secondo Søndergaard, analista valutario di Capital Group, però, si vedono le prime crepe ma siamo lontani da un vero ridimensionamento del dollaro: «Se gli investitori stessero davvero rifiutando lo status di riserva del dollaro, ci aspetteremmo un sell-off più ampio degli asset statunitensi; i titoli azionari statunitensi, invece, rimangono a livelli prossimi ai massimi storici, gli spread creditizi sono contratti e non risulta un premio per il rischio significativo nei mercati americani nel loro complesso. Un’ulteriore convergenza dei tassi reali implicherebbe ulteriore debolezza per il dollaro nel 2026, ma la vera domanda è: esiste un’alternativa valida al dollaro? Mentre le banche centrali si stanno gradualmente allontanando dal biglietto verde, il processo procede a un ritmo lento. La realtà è che poche valute, attualmente, possono offrire la stessa profondità, stabilità e accettazione a livello globale di quella statunitense».
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Il dollaro è debole ma non è spacciato
Il ridimensionamento del biglietto verde come valuta di riferimento è in atto, ma è ancora lontano dal concretizzarsi
