Alcuni hanno dato la colpa a un fantomatico hedge fund di Hong Kong che, in gravi difficoltà finanziarie, ha messo sul mercato una quantità ingente di criptovalute. Altri hanno puntato il dito contro il nuovo presidente della Fed, Kevi Warsh, non si sa perché visto come una sorta di criptonite per bitcoin&company. Altri ancora hanno messo in relazione la lenta e inesorabile caduta delle monete virtuali con le difficoltà incontrate negli Usa dal Clarity Act, che avrebbe dovuto normare il mercato cripto, trasformandolo in un terreno percorribile anche per la finanza tradizionale.
La verità è che queste spiegazioni sono tutte ex post, ovvero venute dopo una discesa delle quotazioni che, nel caso dei bitcoin, hanno toccato anche quota 60mila dollari (rispetto a un massimo di 126mila registrato all’inizio dell’ottobre scorso) e ora viaggiano attorno ai 66mila dollari. In linea con la teoria della riflessività di George Soros che racconta come non sia la notizia a dare indicazioni al mercato, ma è il movimento a rendere credibile la notizia, si cercano spiegazioni efficaci per raccontare quello che è già avvenuto. Prezzi, percezioni e informazioni si alimentano a vicenda. Provocando sia grandi rialzi sia grandi crolli.
In realtà nessuno sa davvero il perché di un andamento così negativo, come in effetti nessuno sapeva niente sul perché avesse raggiunto la cifra record di quattro mesi e mezzo fa. L’unica certezza è che, in questi mesi, i venditori hanno messo sul mercato una quantità enorme di criptovalute ed erano (o sono?) disposti ad accettare qualsiasi cifra per disfarsene. I prezzi sono scesi di conseguenza portandosi appresso la valanga di speculatori che avevano comprato credito e non sono riusciti a coprire la margin call (la richiesta del broker all’investitore di depositare fondi aggiuntivi o chiudere posizioni che avviene quando il valore del bene comprato a credito è sceso al di sotto del livello stabilito).
Solo le balene hanno continuato a comprare a sconto, forti dei rapporti con finanziatori talmente esposti da essere obbligati a metterci degli altri soldi. Due settimane fa Strategy, per esempio, ha acquistato 1.142 Bitcoin e il suo presidente, Michael Saylor, ha dichiarato che la società non intende vendere nulla anche in caso di una prolungata flessione del mercato. Peccato che la sua società, quotata a Wall Street, possieda 715mila bitcoin a un prezzo medio di circa 79mila dollari e, alle quotazioni attuali, abbia sulle spalle una perdita potenziale pari a circa 11 miliardi di dollari.
Cosa accadrà adesso? Nessuno ne ha davvero idea. Il mondo cripto si divide tra ottimisti, cerchiobottisti e pessimisti. I primi, come gli analisti di Bernstein, confermano la propria previsione di Bitcoin a 150mila dollari, senza nessun timore. I cerchiobottisti, come Standard Chartered, dopo aver ribadito l’obiettivo 150.000 per il 2026 solo pochi giorni fa, ora lo limano di un “modesto” 33% a quota 100mila, ma aggiungono che prima la quotazione dovrà toccare il punto più basso attorno ai 50mila dollari.
E i pessimisti? Qualcuno, come Denis Oevermann, analista dell’azienda del settore Bitcoin Suisse, danno per possibile una discesa fino a 42mila dollari. Altri, guardando grafici, linee di resistenza e supporti, si spingono un po’ più in basso. Cathie Wood, ceo di Ark Invest, che aveva predetto il prezzo di un singolo bitcoin a 3,8 milioni di dollari alla fine del 2030, per ora non si è ancora espressa.
ARTICOLI
Il mistero dei bitcoin. Il prezzo è crollato del 50% in poco più di quattro mesi
Il mondo delle cripto è diviso sulle spiegazioni da dare alla caduta verticale della moneta virtuale e sull’andamento che avrà nei prossimi mesi
