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L’oro tira il fiato prima di riprendere a correre
Di Franco Oppedisano |
Pubblicato il 11 Novembre 2025
La quotazione del metallo giallo resta vicina ai 4.000 dollari l’oncia e non cambiano le ragioni che lo hanno spinto verso i record

La prima a spingere sull’acceleratore è stata Morgan Stanley che ha suggerito agli investitori di comprare un 20% d’oro al posto delle obbligazioni per bilanciare il portafoglio, cosa materialmente impossibile perché non ne esiste abbastanza sulla faccia della Terra. Dopo si è fatta viva Goldman Sachs che ha alzato il target del prezzo a 4.900 dollari all’oncia entro fine 2026, seguita a ruota, o preceduta di poco, da tutti, o quasi, gli analisti finanziari, alcuni dei quali hanno pronosticato addirittura una quotazione vicina a 10mila dollari. Poi è arrivato il crollo. Il 21 ottobre il prezzo dell’oro, dopo aver sfiorato i 4.400 dollari l’oncia, ha perso il 5,5%, uno dei dieci cali giornalieri più consistenti mai registrati nella storia di questo metallo.
È come se il mercato si fosse messo di traverso rispetto al gotha della finanza internazionale. Ma forse le cose non stanno proprio così. I prezzi dei lingotti erano cresciuti del 62% dall’inizio dell’anno. Gli speculatori, agendo a leva facevano affari senza nessuna fatica perché il prezzo saliva senza sosta anche grazie ai loro investimenti. Il long squeeze, la discesa, improvvisa e drastica, che ha costretto i trader che scommettevano al rialzo a vendere per limitare le perdite o a dover aumentare le coperture spendendo altro denaro, ha ripulito il mercato e calmato le acque. Nelle ultime settimane, tra alti e bassi poco significativi, il prezzo del metallo giallo è rimasto abbarbicato vicino ai 4.000 dollari l’oncia. Ora chi vuole comprarlo non è più costretto a rincorrere la speculazione e può farlo con prezzi più ragionevoli che crescono o diminuiscono in modo meno drastico.
Comunque la domanda che ci si dovrebbe porre è se le motivazioni che avevano portato alla crescita del valore dell’oro fino al 21 ottobre sono venute meno. I trend geopolitici secolari che guidavano la domanda di oro sono stati risolti e si è instaurata una “nuova normalità”? I pool di capitali che stanno investendo nell’oro per proteggersi da questi rischi secolari hanno esaurito il loro potenziale di domanda? Secondo James Luke, fund manager metals di Schroders, in entrambi i casi la risposta è no: i problemi geopolitici rimangono e le banche centrali, i risparmiatori orientali e le istituzioni finanziarie continuano a credere che l’oro sia un buon investimento. «Non vediamo un valido confronto tra la situazione attuale e quella del 2011 (quando l’oro raggiunse il picco a settembre e iniziò un lungo declino superiore al 40%, ndr). Riteniamo, invece, che alcuni fattori abbiano contribuito ai cali degli ultimi giorni. In primo luogo, il rialzo registrato dalla fine di agosto è stato particolarmente forte, superiore al 30%. Si è trattato del guadagno più rapido mai registrato, pari a 1.000 dollari Usa/oncia, grazie all’ampliamento della partecipazione. Il mercato ha subito una correzione naturale, nell’ambito di un mercato rialzista pluriennale. Continuiamo a ritenere che questo mercato rialzista sia incomparabile rispetto ai precedenti in termini di ampiezza e profondità della domanda monetaria potenziale. Se, come riteniamo, questo è l’“Everest” dei mercati rialzisti dell’oro, pur essendo già ben avviati nella scalata, abbiamo ancora una lunga strada da percorrere prima di raggiungere la vetta. Si tratta di un’opinione audace, che verifichiamo costantemente».