Un tempo considerati antitetici, la gestione attiva e quella passiva hanno trovato finalmente un modo per convivere all’interno di portafogli ben diversificati. Capirne tuttavia le rispettive differenze può aiutare a fare le scelte più adeguate al proprio profilo di rischio e orizzonte temporale di investimento, come spiega Marina Maghelli del cda di Efpa Italia, una delle affiliate di Efpa Europe.
«Quando si parla di stili di gestione, gli aggettivi “attivo” e “passivo” non esprimono un giudizio di valore ma indicano due strategie diverse di gestione. Quella passiva è utilizzata da chi compra strumenti e titoli che replicano nel modo più fedele possibile un indice di mercato, come ad esempio lo S&P500 che è il più importante indice azionario nordamericano o il Ftse Mib che è il più significativo indice azionario della Borsa Italiana. Gli strumenti passivi più diffusi e utilizzati sono gli Exchange Traded Funds (Etf). In pratica, il loro obiettivo è di replicare la performance delle attività sottostanti, vale a dire che se il mercato sale o scende, l’Etf si muove nella stessa direzione», spiega Maghelli. «La gestione attiva, invece, ha l’obiettivo di ottenere un’extra-performance, rispetto a un indice di riferimento, il cosiddetto “benchmark”. In pratica il gestore adotta un approccio dinamico: attraverso lo stock picking seleziona attivamente i singoli titoli (azioni, obbligazioni, ecc.) da includere nel portafoglio; analizza il momento più favorevole per acquistare o vendere (market timing) e, mediante l’asset allocation, decide se sovrappesare o sottopesare un settore o un’area geografica o altri fattori di mercato».
La differenza tra i due stili si traduce anche in una differenza di costi. «Nei fondi a gestione passiva non viene eseguita un’analisi né una selezione dei titoli perché lo strumento si limita a riprodurre fedelmente l’indice che intende replicare. Per questo motivo i costi di gestione sono bassi. Al contrario la gestione attiva ha bisogno di risorse per ottenere analisi approfondite a supporto dei processi decisionali».

Marina Maghelli, componente del Cda di Efpa Italia
Fatta questa precisazione tuttavia, conclude Maghelli, «è sbagliato puntare su uno stile di gestione facendosi guidare solo dai costi. Oggi i due stili sono sempre più complementari perché si è compreso il fatto che attraverso la loro combinazione è possibile costruire un portafoglio diversificato ed efficiente dal punto di vista dei costi, del risultato atteso e del rapporto rischio-rendimento. Se da una parte, infatti, la gestione attiva offre il vantaggio di saper fornire un extra performance e mitigare le flessioni degli indici, in particolare in tutti quei periodi caratterizzati da forte stress per i mercati, dall’altra è possibile sfruttare strumenti tipicamente passivi come gli Etf per investire nei mercati efficienti, dove è più difficile battere l’indice di riferimento».
