Quanto valgono i Buy, Hold o Sell degli analisti finanziari? Poco, molto poco. Sebbene siano prodotti da professionisti che analizzano a fondo i bilanci societari, gli studi storici dimostrano che la loro accuratezza predittiva nel lungo termine è spesso vicina al 50%, ovvero simile al lancio di una moneta. Lo stesso discorso vale per i target price. I modelli matematici come il Discounted Cash Flow sui quali si basano le previsioni falliscono a causa della volatilità macroeconomica, mentre nell’arco di 12 mesi, i tassi di interesse e gli eventi geopolitici surclassano l’analisi fondamentale, rendendo i calcoli inefficienti. Perciò gli analisti si trovano costretti a inseguire il mercato, invece di anticiparlo. Se l’azione sale si modificano i parametri per giustificare un target price più alto del precedente, mentre se l’azione crolla, si abbassa il target price per adeguarlo al prezzo attuale. Ecco perché gli studi dimostrano che meno del 38-40% delle azioni tocca il target, costantemente corretto a rimorchio dell’andamento reale del titolo. Il target price, nella stragrande parte delle volte, non è una profezia sul futuro, ma una fotografia ritoccata del presente.
Una raccolta di dati storici aggregata da istituti di ricerca patrimoniale ha calcolato la precisione complessiva dei professionisti tra il 2000 e il 2024. Il verdetto è impietoso: il tasso medio di accuratezza delle previsioni direzionali si attesta attorno al 47%. Dal punto di vista statistico, la distribuzione di queste performance segue una perfetta curva a campana, il che equivale al puro caso.
Il motivo non è l’incompetenza, ma una serie di conflitti di interesse strutturali e distorsioni statistiche presenti nel mondo della finanza aziendale riconducibili a quattro fattori principali. Il primo sono i movimenti macroeconomici, i tassi di interesse o eventi geopolitici imprevedibili che rendono i calcoli matematici dei modelli teorici del tutto inefficienti. Il secondo è l’ottimismo asimmetrico che si traduce nella cronica scarsità di giudizi negativi. Nelle raccomandazioni globali si nota un enorme squilibrio: circa il 49% dei giudizi è Buy, il 39% è Hold e solo il 12% è Sell. Emettere un verdetto di vendita rovina i rapporti tra l’analista e l’azienda analizzata, escludendolo da future interviste o dati riservati. Per questo nel gergo dei mercati, un voto neutrale equivale spesso a un giudizio negativo mascherato. Il terzo elemento riguarda i conflitti di interesse. Gli analisti lavorano per istituzioni, come grandi banche d’affari o intermediari, che traggono profitto dalla vendita di servizi e prodotti finanziari e devono vendere ottimismo. Se un analista emette un giudizio di vendita su un’azienda cliente, la banca rischia di perdere i contratti di consulenza. Inoltre questi report sono distribuiti a quanti più clienti possibili per spingerli a comprare o vendere titoli attraverso la divisione di intermediazione della banca stessa. E un giudizio Buy genera molto più entusiasmo e volume di scambi rispetto a un noioso Hold o a un deprimente Sell. A questo scenario si aggiunge l’effetto gregge, per cui nessun esperto vuole essere l’unico ad avere torto e si accoda al Consensus, la media delle previsioni di mercato.
La borsa di Piazza Affari ha vissuto clamorosi casi di scuola in cui la stragrande maggioranza degli analisti era Buy, proprio a ridosso di crolli storici. Eccone un paio. Tra la fine del 2021 e le prime settimane del nuovo anno, il Consensus su Saipem degli analisti delle grandi banche d’affari era positivo per oltre l’80% delle coperture, con una pioggia di raccomandazioni d’acquisto e prezzi obiettivo superiori al valore di mercato anche del 45%. Fino a quando, il 31 gennaio 2022, la società ha lanciato un catastrofico allarme sugli utili, ammettendo perdite nei bilanci delle commesse superiori a 1/3 del capitale sociale. Il titolo è crollato del 30,2% in una sola seduta, bruciando oltre 1,1 miliardi di euro di capitalizzazione. Meno immediato, ma ancora più significativo, il caso di Stellantis. Nel marzo del 2024 il titolo toccava i massimi storici a Milano a quota 27,35 euro e il 90% delle banche d’affari esprimeva un giudizio positivo con prezzi obiettivo medi che sfioravano i 30 euro. A partire dalla primavera del 2024 per il titolo è iniziata una discesa verticale che lo ha portato a perdere, fino a oggi, circa l’85% del suo valore.
ARTICOLI
Un’illusione chiamata target price
I giudizi degli analisti peccano troppo spesso di ottimismo. I Buy surclassano i Sell, mentre i prezzi obiettivo inseguono l’andamento del mercato, invece di anticiparlo
