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Ecco perché i beni rifugio non sempre offrono la protezione sperata
Di Rosaria Barrile |
Pubblicato il 29 Settembre 2026
Sono considerati una sorta di porto sicuro, ma anche questi investimenti non sono del tutto privi di rischi, come spiega Marina Maghelli di Efpa Italia

L’avversione alle perdite e il timore di subire l’erosione da parte dell’inflazione dei propri risparmi possono spingere molti investitori a proteggere il portafoglio investendo nei cosiddetti beni rifugio, puntando sulla loro capacità di mantenere inalterato il loro valore nel tempo. Ma non sempre tale convinzione è corretta, come spiega Marina Maghelli del Cda di Efpa Italia, una delle affiliate di Efpa Europe. «I beni rifugio vengono spesso considerati una protezione nei momenti di crisi. Ma la definizione di “bene rifugio” rischia di creare un equivoco: nessun investimento è per definizione sicuro e nessun asset conserva valore in ogni fase di mercato. Nei periodi di forte instabilità possono contribuire a contenere le oscillazioni, ma in fasi favorevoli ai mercati finanziari possono offrire rendimenti inferiori rispetto ad altri investimenti. Un bene rifugio, dunque, non può essere considerato un investimento “sicuro” o valido per tutte le stagioni».
Nella lista dei beni che è possibile definire “rifugio” rientrano l’oro, le collezioni d’arte, gli immobili, alcune valute e determinati titoli di Stato. «L’oro resta il bene rifugio più conosciuto, soprattutto per la sua scarsità e per il ruolo storico di riserva di valore. Anche il suo prezzo, però, può fortemente variare come abbiamo assistito in questi ultimi anni. Più complesso è il caso di opere d’arte, auto di lusso, oggetti di design. Il loro valore può crescere, ma hanno costi spesso rilevanti legati non all’acquisto, ma ad altre voci tra cui trasporto, commissioni d’asta, assicurazione, custodia, manutenzione, sicurezza. Il rendimento reale può quindi essere molto diverso dall’aumento teorico del prezzo», sottolinea Maghelli.
«Anche alcune valute, come dollaro statunitense, franco svizzero e yen, possono assumere una funzione difensiva in particolari fasi di mercato, così come alcuni titoli di Stato. Ma anche in questi casi incidono tassi di interesse, solidità dell’emittente, durata dell’investimento e condizioni economiche generali».
Lo stesso discorso vale per il mattone, tradizionalmente associato all’idea che “non perda mai valore”. «Si tratta» conclude Maghelli «di una convinzione che spesso non considera l’inflazione. Facciamo un esempio: una casa comprata a 200.000 euro e rivenduta a 240.000 euro sembra aver guadagnato 40.000 euro. Ma con un’inflazione cumulata negli anni del 30% avrebbe dovuto valerne almeno 260.000: il risultato reale è quindi negativo, senza neppur aver ancora considerato tasse, manutenzione e costi di vendita. La distinzione decisiva, quindi, non è tra investimenti “sicuri” e “rischiosi”, ma tra strumenti più o meno adatti alla propria situazione personale e patrimoniale. Un bene rifugio può essere utile, ma di sicuro non azzera il rischio. La protezione del patrimonio passa soprattutto dalla diversificazione».