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Investire nell’economia reale, cosa bisogna sapere sul Private equity
Di Rosaria Barrile |
Pubblicato il 14 Settembre 2026
Questa tipologia di allocazione delle risorse permette di diversificare il portafoglio, ma comporta anche più rischi e meno liquidità rispetto ad altri strumenti

Da alcuni anni è in corso un processo di democratizzazione delle finanze inteso come l’apertura alla sottoscrizione anche da parte di risparmiatori privati di strumenti un tempo riservati esclusivamente a investitori istituzionali.
Una delle ultime novità in ordine di tempo è stata la possibilità per gli investitori retail di accedere al private equity che consente di acquisire quote di partecipazione in aziende che non sono quotate in borsa. Questa opzione può rappresentare un’opportunità per diversificare il portafoglio, ma che richiede un’attenta valutazione dei rischi, come spiega Marina Maghelli del cda di Efpa Italia, una delle affiliate di Efpa Europe. «Il funzionamento del private equity si basa sull’acquisizione di aziende non quotate, dalle start up in fase iniziale alle imprese consolidate, con l’obiettivo di venderle o portarle alla quotazione in Borsa dopo alcuni anni ottenendo alti profitti per gli investitori. Finora a investire nel private equity sono stati soprattutto i fondi pensione, i fondi sovrani e le compagnie assicurative. Da qualche anno però anche gli investitori privati possono partecipare a questi fondi, sebbene di solito richiedano un investimento minimo piuttosto elevato, a differenza degli ELTIF, che rappresentano uno dei veicoli di accesso ai Private Markets, i quali non prevedono soglie minime».
Già oggi è possibile sottoscrivere direttamente, in banca o tramite piattaforme di trading, Etf che replicano l’andamento delle società del comparto e fondi di private equity a fronte del pagamento di commissioni più alte rispetto ad altri strumenti.

 

Marina Maghelli, componente del Cda di Efpa Italia

 

 

«Il fatto che la sottoscrizione sia semplice non significa sia adatta a tutti. Il private equity offre, oltre all’esposizione a potenziali rendimenti elevati, una buona fonte di diversificazione. Permette di inserire in portafoglio investimenti in economia reale, riducendo il legame con le fluttuazioni dei mercati azionari. I rischi invece sono rappresentati dall’illiquidità, da valutazioni meno trasparenti rispetto agli strumenti quotati, da alta concentrazione e dai costi spesso elevati. L’illiquidità, però, oltre a rappresentare un rischio, può allo stesso tempo costituire un vincolo utile per contrastare gli effetti dell’emotività, dal momento che impedisce al risparmiatore di reagire impulsivamente alle oscillazioni dei mercati. Non è quindi possibile cedere alla tentazione di rincorrere il market timing. Nei fondi di private equity l’impegno finanziario dura a lungo e può andare dai cinque ai dodici anni. Per queste ragioni, dovrebbe rappresentare una componente contenuta del portafoglio e il suo inserimento va valutato con il supporto di un consulente finanziario, tenendo sempre conto degli obiettivi, dell’orizzonte temporale e della propensione al rischio dell’investitore».