Il divario di genere in Italia non si limita alle sole differenze salariali, ma affonda le sue radici in una dimensione più silenziosa, invisibile e pervasiva: quella della finanza. Il rapporto storico tra le donne italiane e la gestione del denaro è strutturalmente complesso, pesantemente influenzato da retaggi culturali difficili da scardinare che tendono a delegare le decisioni economiche importanti alla componente maschile del nucleo familiare. Questo fenomeno sociale, noto come gender gap finanziario, si traduce in una minore alfabetizzazione economica della popolazione femminile che finisce per compromettere seriamente l’indipendenza e la sicurezza.
L’Italia si colloca infatti al 25° posto su 27 Paesi europei per alfabetizzazione finanziaria, e all’interno di questo scenario il divario di genere è netto. Secondo i dati emersi dal Rapporto Edufin Index di Alleanza Assicurazioni e Sda Bocconi, le donne registrano un punteggio medio di 54 punti su 100, contro i 59 punti dei colleghi uomini, restando entrambe le categorie sotto la soglia di sufficienza fissata a 60. Questa disparità non dipende dal livello di istruzione generale, dato che in Italia le donne si laureano in percentuali superiori e con voti mediamente più alti. La disparità nasce piuttosto da una mancanza di fiducia nelle proprie capacità e da una ridotta consuetudine nell’affrontare i temi come gli investimenti sui mercati, la previdenza complementare e la gestione del rischio.
Le indagini condotte da Banca d’Italia e FEduF indicano che ben il 51% delle donne rientra nella categoria degli “analfabeti finanziari”. Di conseguenza, la maggior parte sceglie di non investire: il 56% dei non investitori in Italia è donna. Molte tendono a percepire il mondo finanziario come un ambiente ostile, distante oppure troppo tecnico, preferendo mantenere i propri risparmi all’interno di forme liquide e sicure. Basti pensare che le analisi sul comportamento bancario dei gruppi di ricerca associati ad ABI rilevano che solo il 58% delle donne italiane possiede un conto corrente intestato esclusivamente a proprio nome. La scelta della liquidità totale, pur offrendo una sensazione immediata di controllo e tranquillità, rappresenta in realtà una costante perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione. Quando invece decidono attivamente di investire, le risparmiatrici dimostrano una spiccata propensione per la sostenibilità.
Una situazione che dovrà cambiare per forza visto che in Italia, nei prossimi vent’anni, si stima che le donne erediteranno la quota maggioritaria di un patrimonio complessivo stimato tra i 5.000 e i 6.460 miliardi di euro.
In Europa la situazione è simile. La Commissione Europea evidenzia sul proprio portale FISMA che solo il 26% delle donne si definisce attivamente un “investitore” rispetto al 37% degli uomini e attualmente, le donne controllano circa un terzo (il 33%) di tutti gli asset finanziari al dettaglio e degli investimenti nell’Unione Europea. Entro il 2030, però, gli asset gestiti dalle donne toccheranno gli 11.400 miliardi di dollari, arrivando a controllare, quindi, il 47% della ricchezza totale con un tasso di crescita annuo dei beni femminili che toccherà l’8,1%, contro il 2,7% degli uomini.
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Il tabù della finanza che frena le donne
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