Il capitalismo italiano ha un vizio antico: non sa fare a meno del copione. Sempre lo stesso, o molto simile. C’è sempre la banca da proteggere, lo straniero da tenere alla porta, lo Stato che arriva tardi e male. Il risiko bancario in corso non fa eccezione – anzi, lo porta all’eccesso. Ci delizierà anche per settimane, anche oltre l’estate. E, a parte la probabile ma complicata vittoria di Intesa sul Monte dei Paschi, tutto il resto è per aria.
Quale “resto”? Iniziamo dall’estero, perché la partita italiana si capisce meglio guardandola da Berlino. UniCredit ha avviato la scalata a Commerzbank già nel settembre 2024, portandosi al 9% del capitale. Da allora ha continuato ad acquistare, arrivando oggi intorno al 55%. Tra azioni e derivati. Eppure il governo tedesco continua a trattare Andrea Orcel come un invasore: ha dichiarato di aspettarsi che UniCredit “abbandoni il tentativo”. Peccato che UniCredit sia una banca europea, già solidamente radicata in Germania. Non è la “Banca Cattiva” di Pechino. Il paradosso è evidente: la stessa Europa che predica il mercato unico tollera che i governi nazionali usino la sovranità finanziaria come scudo protezionistico. E l’Italia, in questo, non è da meno.
Il golden power è stato usato contro UniCredit per bloccare l’Ops su Banco Bpm nell’aprile 2025.
Ora a Roma si parla di riusare lo stesso strumento ancora su Banco Bpm, dove Crédit Agricole ha raggiunto il 22,9% del capitale. La logica è comprensibile – nessuno vuole un istituto strategico nelle mani di Parigi – ma il metodo è discutibile. Contro “quei” francesi, poi: gli unici ad aver assunto e non tagliato nelle aziende finora acquistate (Cariparma).
Sul fronte domestico, la mossa dirompente è stata quella di Intesa Sanpaolo. L’8 giugno 2026, Carlo Messina ha lanciato un’Opas da 30,6 miliardi su Monte dei Paschi, il giorno dopo che Banco Bpm aveva proposto a Siena una fusione alla pari. Una risposta fulminea, preparata in silenzio per mesi, che ha ridisegnato l’intera scacchiera. L’operazione, condotta in tandem con Unipol, serve anche a blindare Generali: controllando Mps-Mediobanca, Intesa acquisisce influenza sul 13% del Leone di Trieste, sottraendolo alle mire di UniCredit e dello stesso Crédit Agricole.
Resta però un’ombra regolamentare pesante. L’Ivass – l’autorità di vigilanza assicurativa – guarda con crescente preoccupazione all’intreccio tra il polo assicurativo di Intesa e il controllo su Generali. La combinazione rischierebbe di creare una concentrazione di peso quasi monopolistico nel mercato Vita e Danni italiano. Certo, problema irrisorio se si confrontano le dimensioni di Generali sul mercato mondiale: la nostra più grande compagnia è sesta o settima sul pianeta e terza in Europa…
Il quadro complessivo è quello di un sistema che si consolida per forza di cose ma senza una visione strategica condivisa. La politica interviene a singhiozzo, l’Europa è divisa tra liberismo proclamato e protezionismo praticato, e i grandi capitali privati italiani si contano sulle dita di una mano. Il risiko va avanti. Ma somiglia più a una partita giocata al buio. In piena Disunione Europea.
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Risiko bancario tra Opas e veti incrociati
Il settore cerca di consolidarsi senza avere una visione strategica e politica condivisa, mentre l’Europa è divisa tra liberismo proclamato e protezionismo praticato
