Una volta erano beni rifugio. Quando la situazione diventava difficile, resistevano alle fluttuazioni dei mercati, mantenevano il valore. Ora sembrano banderuole al vento, seguono l’andamento dei listini e qualche volta vanno anche molto peggio.
Mentre si moltiplicano gli allarmi sui prezzi delle azioni e i consigli alla prudenza per un aumento dell’inflazione, una possibile recessione alle porte, o l’esplosione dei prestiti pubblici, i listini continuano a salire. Lo S&P 500, ad esempio, da quando Donald Trump ha annunciato ad aprile 2025 i dazi sulle importazioni Usa, è salito del 30%, il Nasdaq del 44%. Dallo scoppio della guerra in Iran il primo ha guadagnato il 7% e il secondo il 14%. Come se non fosse successo nulla, come se non ci fossero pericoli all’orizzonte. Mentre oro, franco svizzero, dollaro Usa, T bond americani e Bund tedeschi, da sempre considerati una sicurezza, un porto tranquillo e sicuro, tremano, quasi tutti, anche se per ragioni diverse, come foglie.
L’oro, ad esempio, allo scoppio della guerra in Iran valeva 5.230 dollari l’oncia, mentre ora ne vale circa 4.750 con una perdita attorno al 10%. Certo il metallo giallo era salito molto negli ultimi anni e, se consideriamo l’avvio dei dazi americani come l’inizio del caos geopolitico, ha guadagnato oltre il 50% da aprile 2025 quando quotava poco più di 3000 dollari all’oncia. Ma non ha resistito alla possibilità che i prezzi del petrolio alle stelle potessero innescare un aumento dell’inflazione e dei tassi di sconto.
Diverso è il discorso dei Treasury Usa a dieci anni che prima dei missili sull’Iran rendevano 3,94% e ora viaggiano intorno al 4,4%. Bazzecole si direbbe, se non fosse che un aumento dei rendimenti riduce il valore delle obbligazioni detenute in portafoglio con le quali si fanno i bilanci. La regola dice che se una obbligazione a dieci anni rende lo 0,4% in più, perde circa il 4% del valore. Se, poi, si considera anche il cambio sul dollaro, le cose vanno anche peggio visto che il biglietto verde da aprile dello scorso anno ha perso il 9%. Anche i Bund tedeschi a dieci anni, alla stessa data, rendevano il 2,44%, mentre oggi pagano oltre il 3%. Quindi il valore dei titoli è sceso di circa il 5%.
Chi invece riesce meglio degli altri a superare indenne le crisi è il franco svizzero. Al primo aprile del 2025 1 euro valeva 0,952 franchi, mentre la settimana scorsa è arrivato a quotare 0,915 franchi, con un guadagno il 3,8%, ma ha toccato il punto più alto a 0,905 franchi subito dopo lo scoppio della guerra in Iran. E rispetto al dollaro il franco svizzero ha guadagnato ancora di più: oltre l’11%.
I beni rifugio non sono comunque l’unico modo per preparasi alla crisi. «Sii timoroso quando gli altri sono avidi e sii avido quando gli altri hanno paura» ha detto Warren Buffett che non investe in beni rifugio, ma segue una strategia diversa: quando c’è euforia sui mercati, vende e rimane liquido. La sua Berkshire Hathaway, guidata da gennaio dal pupillo Greg Abel, ha continuato a vendere e ha accumulato a fine marzo una liquidità record di 397,4 miliardi di dollari, quasi il 40% del valore della società. Aspettano sulla riva del fiume con il denaro in tasca e compreranno a prezzi di saldo quando gli altri investitori avranno paura.
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La triste parabola dei vecchi beni rifugio
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