C’è sempre un grano di logica nella pazzia scriveva Friedrich Nietzsche. A guardare gli ultimi eventi geopolitici che hanno coinvolto l’amministrazione statunitense c’è forse da dubitarne, ma, in ogni caso, la variabile Trump è quella che sta muovendo i mercati e, a parte coloro che sembrano avere delle informazioni riservate, molti analisti finanziari stanno cercando di trovare strumenti specifici per interpretare e cercare di anticipare i segnali contraddittori che arrivano dalla Casa Bianca.
Il più conosciuto è il Pressure Index (noto come Taco, acronimo di Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro – coniato da un editorialista del Financial Times, nel maggio 2025). Sviluppato da analisti di Deutsche Bank, questo indicatore incrocia dati su mercati, inflazione e consenso politico per capire quando il presidente Usa potrebbe fare “marcia indietro” perché la pressione economica o politica è diventata eccessiva.
Altri operatori monitorano settori specifici come l’energia, la difesa e i titoli di Stato, le cui fluttuazioni spesso anticipano o reagiscono immediatamente alle politiche sui dazi e sulla deregolamentazione. Altri ancora tengono sotto controllo le reazioni internazionali che potrebbero fornire indizi sulle prossime mosse di Trump o seguono i tempi legislativi e le dichiarazioni ufficiali che rispecchiano la Dottrina America First 2.0 per prevedere la direzione della sua amministrazione.
L’analisi dei “Pain Points” (punti di sofferenza) di Bank of America (BofA) si basa, invece, sull’idea che Donald Trump utilizzi i mercati finanziari e i dati economici come un “termometro” per calibrare le proprie mosse, specialmente in vista delle elezioni di metà mandato di novembre 2026. L’analisi si basa su quattro pilastri. Gli analisti hanno identificato due livelli che Trump non vuole oltrepassare: inflazione al 4%, oltre il quale il consenso politico cala drasticamente, e il petrolio a 125 dollari al barile, con prezzi della benzina sopra i 4,25 dollari al gallone, che è considerato un punto critico che costringe l’amministrazione Usa a passare da una postura bellicosa a una diplomatica per evitare la “distruzione della domanda”.
Il secondo pilastro è il ciclo elettorale del 2026 negli Usa. Bank of America prevede che l’amministrazione dovrà passare a politiche “market-friendly” durante la prima metà del 2026 per stimolare la crescita prima del voto, compresa una spinta sulla deregolamentazione e una possibile de-escalation delle tensioni commerciali per ridurre l’incertezza che ha frenato gli investimenti nel 2025. Il terzo pilastro è la vulnerabilità del debito e il rendimento dei Treasury a 10 anni. Se i tassi salgono troppo (sopra il 4,5%), l’alto deficit statunitense diventa un rischio sistemico e questo problema agisce come un freno naturale, impedendo a Trump di attuare tagli fiscali o dazi così aggressivi da destabilizzare il mercato obbligazionario. L’ultimo pilastro è l’impatto dei dazi. Nonostante la retorica protezionista, BofA sottolinea che i dazi hanno già spinto l’inflazione core verso l’alto (con un impatto stimato di 30-50 punti base), però il momento più critico si manifesterà quando il costo dei dazi non verrà più assorbito dalle aziende ma si rifletterà interamente sui consumatori, erodendo i benefici dei tagli fiscali del “One Big Beautiful Bill Act”.
ARTICOLI
Tutti i modi per cercare di prevedere cosa s’inventerà il presidente Trump
Oltre al Taco Index di Deutsche Bank, si studiano l’andamento dei settori più critici o l’evoluzione dei rapporti internazionali, mentre BofA analizza “punti di sofferenza”, i limiti oltre ai quali l’amministrazione Usa non può andare
