La necessità di un cambiamento, quando impone di modificare sostanzialmente le abitudini nell’utilizzo delle risorse finanziarie, fa fatica a essere accettata, soprattutto se si tratta di ottenere benefici futuri.
Risparmiare è una virtù degli italiani: dovendo da sempre far conto su sé stessi, accumulavano risparmio perché “non si sa mai quello che può capitare” e, se non capitava nulla, potevano lasciare un gruzzolo ai figli, oltre la casa di proprietà.
La grande rivoluzione economica italiana, quella del dopoguerra, da Paese agricolo e autarchico a settima potenza industriale, comportò anche un welfare garantito, tra cui pensioni elevate e rivalutate. I figli di quella generazione, che aveva rivoluzionato l’economia, hanno usufruito degli stessi vantaggi previdenziali dei genitori e i nipoti sono cresciuti con il medesimo imprinting: al futuro ci pensa lo Stato. Ma la realtà è mutata profondamente: l’aspettativa di vita media è aumentata a 20 anni post pensionamento, prima era al massimo di 10 anni e spesso in condizioni di salute precarie. Oggi quei 20 anni in più sono anni vissuti da longevi attivi, autosufficienti, aspirando a non cambiare tenore di vita; le pensioni sono basate sui contributi versati e non più su una percentuale massima dell’80% dell’ultimo stipendio. Constatato che, per fortuna personale e per l’economia nazionale, sempre più longevi continuano a lavorare, ma che allo stesso tempo la base contributiva – quella che alimenta i flussi pensionistici – si riduce a vista d’occhio, mentre la quota degli over 50 cresce e, tra 25 anni, raggiungerà il 50% della popolazione, il cambiamento delle abitudini e dei canali d’investimento del risparmio è diventato indispensabile per garantirne la sostenibilità.
Negli anni ’60 quasi tutti diventano proprietari di casa; la moneta è stabile, nel ’61 la Lira si rivaluta e conquista l’“Oscar” delle monete, e il risparmio affluisce soprattutto nei conti correnti. Questo strumento non è più sufficiente: decolla, con grande fatica, il mercato del risparmio gestito con i fondi d’investimento e le gestioni patrimoniali. Le assicurazioni non decollano, per una certa diffidenza e per la mancanza di concorrenza. Ancora negli anni ’80, sotto l’egida del Ministero dell’Industria, una volta approvata dal Ministero una tariffa, questa valeva obbligatoriamente per tutte le compagnie; non si potevano offrire prestazioni migliori a un costo più basso.

Francesco Priore, presidente di A.L.I. ed ex presidente di Anasf
Negli anni 2000 esplode l’inverno demografico; la speranza di vita supera gli 80 anni, il tutto condito, dalle riforme pensionistiche e dal calo del welfare. Esplode la necessità del risparmio previdenziale. Vengono proposti molti nuovi strumenti finanziari, assicurativi e misti: i fondi pensione iniziano a decollare e le casse di previdenza suscitano nuovo interesse. Sono centinaia le soluzioni offerte; solo nell’ultimo anno le novità includono ETF Longevity (2040/2050/2060), un PIP, un PIP + LTC, due LTC, tre fondi negoziali, tre fondi aperti, oltre a particolari BTP, due polizze vita multiramo e una LTC collettiva.
Le soluzioni non mancano; la carenza è nelle masse. Oggi i fondi di previdenza gestiscono poco meno di 250 miliardi di euro per conto di 9,9 milioni di aderenti, cioè circa 25.000 euro pro capite. A tanto ammonta la riserva previdenziale individuale: sufficiente? Il risparmio finanziario in Italia è pari a circa 5.000 miliardi di euro, il risparmio previdenziale lo 0,05%. Basterà? Domande retoriche, perché la ricchezza finanziaria, come la ricchezza degli taliani in generale, per il 50% è posseduta dal 5% della popolazione.
