L’oro si è fermato. Dopo una corsa impressionante tra 2024 e 2025, il metallo giallo si muove in una fascia laterale, oscillando attorno ai 4.700-4.900 dollari l’oncia, ben sotto i massimi ma ancora su livelli storicamente elevati. È una pausa più che un’inversione, di un mercato alla ricerca di un nuovo equilibrio per ripartire.
A comprimere i prezzi è stato, innanzitutto, il ritorno della concorrenza dei rendimenti reali. Con tassi ancora alti e titoli di Stato appetibili, il costo di detenere un asset che non paga cedole resta significativo. Il rafforzamento del dollaro e la tenuta dei rendimenti hanno quindi tolto slancio alle quotazioni, mantenendole lontane dalla soglia psicologica dei 5.000 dollari. Anche la domanda fisica ha mostrato crepe, visto che i prezzi elevati hanno raffreddando gli acquisti di gioielli, soprattutto nei mercati asiatici più sensibili al prezzo.
A questi fattori si aggiunge un elemento meno discusso ma rilevante: alcune banche centrali hanno rallentato gli acquisti o addirittura hanno effettuato prese di profitto sulle riserve accumulate negli anni precedenti per problemi di liquidità o per difendere la valuta nazionale Queste vendite, pur non strutturali, hanno contribuito ad aumentare l’offerta sul mercato e a contenere le spinte rialziste, soprattutto quando si combinano con un contesto finanziario già meno favorevole.
Il risultato è un mercato sospeso, dove forze opposte si neutralizzano. Da un lato le tensioni geopolitiche e l’incertezza macro continuano a sostenere il metallo. Dall’altro, la resilienza dell’economia globale e la politica monetaria ancora restrittiva ne limitano lo slancio. Gli analisti parlano di una fase senza direzione chiara nel breve.
Eppure sotto la superficie restano intatte le condizioni per un nuovo allungo. Le banche centrali, al netto di episodi tattici di vendita, restano acquirenti netti nel medio periodo, mentre la domanda di copertura contro inflazione e rischi sistemici non si è esaurita. Secondo JPMorgan, proprio questo mix potrebbe spingere i prezzi fino a 6.300 dollari entro la fine del 2026, mentre Wells Fargo si colloca in una fascia simile, compresa tra 6.100 e 6.300. UBS vede quota 6.200 in caso di calo dei tassi. Goldman Sachs, invece, resta più prudente ma comunque rialzista con un target di prezzo situato a 5.400 dollari.
Il vero catalizzatore, però, resta uno: la politica monetaria. Se la Federal Reserve inizierà a tagliare i tassi in modo deciso, comprimendo i rendimenti reali, allora l’oro ritroverà rapidamente il suo appeal. A quel punto la fase laterale potrebbe rivelarsi soltanto una pausa tecnica all’interno di un trend rialzista più ampio. In altre parole, il mercato oggi dubita; ma basta poco perché torni a credere.
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Il prezzo dell’oro si è fermato, ma (forse) è soltanto una pausa
Gli analisti delle principali banche d’affari sono convinti che, se la Fed inizierà a tagliare i tassi d’interesse, le quotazioni riprenderanno a salire superando ampiamente quota 5.000 dollari l’oncia
