I professionisti la chiamano “fuga dal rischio”, la gente comune più semplicemente lo chiama “vendere e tenere i soldi liquidi”. Dopo che per mesi la liquidità è stata considerata una sorta di insulto all’intelligenza, ora la situazione geopolitica, o meglio il caos generato dalla guerra in Iran e dal prezzo del petrolio stanno convincendo alcuni a prendersi una pausa dai mercati finanziari. Non sono solo i privati cittadini, ma anche i professionisti della gestione. Lo certifica, in qualche modo, l’ultima Global Fund Manager Survey di Bank of America, condotta tra 181 operatori con asset in gestione per 529 miliardi di dollari, che a marzo fotografa un netto peggioramento del sentiment degli investitori a livello globale, e l’aumento della liquidità in portafoglio, tornata a crescere con un’intensità che non si vedeva dallo shock pandemico del 2020. A marzo, la quota media di cash detenuta dai gestori è salita al 4,3% degli asset, in forte aumento rispetto al 3,4% di febbraio e al 3,2 di gennaio, considerato un minimo storico. Si tratta del balzo mensile più ampio da marzo 2020. Un aumento dello 0,9% nella liquidità può sembrare poca cosa, ma bisogna considerare le masse gestite. Gli operatori professionali sentiti da Bank of America hanno portato a casa quasi 5 miliardi dollari e adesso ne hanno in cassa 25.
In sintesi: non si sa quanto durerà il conflitto, non si sa come si comporteranno le banche centrali di fronte a un aumento dell’inflazione, i titoli energetici e il petrolio hanno già preso il volo, mentre i titoli azionari sono in altalena. In questo scenario anche l’oro, il tradizionale bene rifugio, sembra non avere più appeal, mentre le criptovalute sono in attesa, senza un’evidente ragione. Fermarsi e aspettare, forse, non è una cattiva idea.
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Mercati in altalena: la “fuga dal rischio” fa tornare in auge la liquidità
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