Poche idee e anche molto confuse. Nella settimana che ha seguito l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è successo di tutto e il contrario di tutto. Borse, titoli e materie prime hanno alternato cadute libere e rimbalzi senza soluzioni di continuità: in linea di massima chi ha guadagnato di più nell’ultimo periodo ha perso un po’ di più, chi non ha avuto performance brillanti dall’inizio dell’anno ha perso meno.
I vincitori sono sostanzialmente due: i prodotti petroliferi e i Bitcoin. Per i primi, il presidente americano Donald Trump ha promesso protezione e assicurazioni a basso costo per le petroliere che affronteranno il blocco ma «l’interruzione dei flussi di petrolio e gas nello Stretto di Hormuz genera molta preoccupazione e i rapporti indicano che diverse navi sono state attaccate, rendendo molti spedizionieri riluttanti a navigare nello stretto a causa dei rischi. Chiaramente, se queste interruzioni persisteranno, i prezzi potrebbero aumentare ulteriormente» spiegano Warren Patterson e Ewa Manthey, economisti di Ing.
In questo caso però vale la pena ricordare che il prezzo del Brent viaggia ancora attorno agli 85 dollari al barile, con un aumento rispetto a prima dell’attacco di circa il 13%, ma questa quotazione è di gran lunga inferiore agli oltre 120 dollari che toccò dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Goldman Sachs ipotizza due possibili scenari. L’impatto sull’economia mondiale sarebbe trascurabile se lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato per qualche giorno e poi il traffico tornare a normalizzarsi nell’arco di un mese. Se il blocco durasse cinque settimane, il prezzo del petrolio salirebbe fino a 150 dollari (lo ha paventato, tra gli altri, il Qatar) e potrebbe generare un punto di inflazione in più in un anno e ridurre la crescita di mezzo punto.
Nel caso dei Bitcoin, invece, più che il conflitto ha contato l’intervento a gamba tesa di Donald Trump che, mentre cadevano i missili sul Medio Oriente, ha trovato il tempo di attaccare le banche americane accusate di ostacolare l’approvazione di un disegno di legge per le criptovalute, il Clarity Act.
Un discorso a parte meritano i due beni rifugio per eccellenza: il dollaro e l’oro. Il primo si è rafforzato guadagnando circa un punto e mezzo rispetto alle altre principali valute, compreso il franco svizzero. Ed è un bene visto che il petrolio è quotato in dollari. Il secondo, dopo la fiammata al rialzo del primo giorno, ha perso circa il 5%, come la maggior parte dei titoli azionari e contro ogni logica, segno di una componente speculativa ancora presente. «Un ulteriore ampliamento del conflitto agli altri Paesi della regione, o un’interruzione delle forniture energetiche stimolerebbero l’oro attraverso l’aumento dei prezzi del petrolio, l’aumento delle aspettative di inflazione e il contenimento dei rendimenti reali. Un’incertezza prolungata manterrebbe elevata la volatilità e la domanda di beni rifugio. Anche se le tensioni dovessero stabilizzarsi, i fattori strutturali suggeriscono che il ribasso dovrebbe essere limitato, con eventuali ribassi probabilmente di lieve entità piuttosto che un’inversione di tendenza» concludono Patterson e Manthey.
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