Chi rimane indietro e chi invece corre in avanti. L’economia nei Paesi sviluppati, ormai, si muove così, a forma di kappa, con un punto d’incontro centrale: una linea sale verso l’alto, quella dei vincenti, e l’altra, quella dei perdenti, che scende verso il basso. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti, mentre in Europa e in Italia la situazione è meno drammatica, ma simile. Gli Usa hanno chiuso il 2025 con una crescita economica del 2,2%, in rallentamento rispetto al più 2,8%, ma l’ultimo trimestre ha registrato un aumento del Pil del 4,3%. A fronte di questi dati, il 2025 è stato un anno disgraziato per i lavoratori americani. Solo nel mese di ottobre hanno perso il posto 153mila persone e da gennaio i licenziamenti sono stati circa un milione. Non solo, lo scorso anno ha visto un calo del 35% nelle nuove assunzioni rispetto al 2024, il livello più basso dal 2011. La disoccupazione è cresciuta dal 3,4% del gennaio 2023 al 4,4% del dicembre 2025.
Sui libri di macroeconomia la legge di Okun è chiara, se aumentano i senza lavoro, il prodotto interno lordo scende: un aumento dell’1% del tasso di disoccupazione è associato a una riduzione del Pil, stimata intorno al 2-2,5%. Ma allora cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Buona parte, qualcuno si azzarda a dire circa il 40%, della crescita del Pil è il frutto degli investimenti in intelligenza artificiale e tecnologie correlate. Ma il resto? Il resto sono i consumi della parte più ricca della popolazione, quella che sta guadagnando in Borsa, che possiede un reddito alto. Secondo analisi basate sui dati della Federal Reserve (in particolare quelle di Moody’s Analytics del 2025), il 10% più ricco degli americani è responsabile di circa il 49-50% di tutta la spesa al consumo negli Stati Uniti, mentre il resto della popolazione (il 90%) affronta sempre maggiori difficoltà a causa dell’inflazione e dei costi della vita più elevati.
Non solo. Lo S&P 500, nel 2025, ha guadagnato circa il 16,4%, il Nasdaq il 20,36% e il Dow Jones il 12,97%, mentre gli immobili hanno registrato aumenti di prezzo di circa il 3% in media, ma con performance a doppia cifra per le case di pregio. Chi aveva denaro e lo ha investito ha aumento il suo patrimonio. Chi faceva affidamento sul lavoro e la crescita dei salari non lo ha fatto ed è sempre più in difficoltà.
Insomma, l’economia cresce ma non per tutti, anzi solo per una minoranza. Chi ha perso il lavoro, ma anche i cosiddetti lavoratori poveri che negli Usa sono oltre sei milioni o quelli a basso salario (circa 39 milioni di persone), è stato costretto a rinunciare a beni di prima necessità, a lavorare di più e a chiedere prestiti destreggiandosi tra costi di finanziamento più elevati. Il dato sui tassi di insolvenza su mutui, carte di credito e altri prestiti alle famiglie è salito al 4,8% lo scorso trimestre, il livello più alto dal 2017, dimostrando le difficoltà dei mutuatari a basso reddito e dei più giovani.
La configurazione a forma di K cambia il comportamento dell’economia, ma è anche rischiosa. La crescita si appoggia su pochi ricchi e sui guadagni azionari, rendendola più fragile. E se i prezzi delle attività diminuiscono, la spesa può diminuire rapidamente e spingere verso la recessione.
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Economia a due velocità. Il Pil degli Usa sale nonostante l’aumento della disoccupazione
Il 10% più ricco è responsabile del 50% dei consumi nazionali, mentre il resto degli americani, con salari bassi e senza investimenti, arranca
