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Ecco come i roboadvisor influenzano i mercati
Di Marina Marinetti |
Pubblicato il 11 Febbraio 2026
Gli algoritmi reagiscono in tempo reale e in maniera simile ai segnali finendo con l’amplificare rialzi e ribassi

I mercati ormai hanno il pilota automatico inserito. E quando il pilota è lo stesso algoritmo montato su milioni di portafogli, basta un sobbalzo perché l’onda diventi uno tsunami: si sale tutti insieme, si precipita tutti insieme, senza nemmeno il tempo di chiedersi “ha senso?”.
L’oro degli ultimi giorni è il caso di scuola. Dopo un rally quasi verticale, con massimi oltre 5.500-5.600 dollari l’oncia e un mese definito “il più volatile della storia dei metalli preziosi”, il metallo giallo ha vissuto in poche ore uno dei tonfi più violenti di sempre: scivoloni intraday nell’ordine di 9–12%, con movimenti di 500 dollari nel giro di un’ora e miliardi di valore bruciati mentre gli investitori cercavano di capire cosa stesse succedendo. Alla base c’è un mix classico: rally parabolico, notizia scatenante – le attese su una Fed più aggressiva e la nomination di Kevin Warsh hanno ridato fiato al dollaro – e una selva di ordini algoritmici che si attivano in cascata.​
Qui entrano in scena i roboadvisor e il trading automatico. I primi gestiscono portafogli “da risparmiatore evoluto”, con regole di ribilanciamento, stop loss e soglie di rischio predefinite; i secondi presidiano ogni tick dei future e degli Etf, pronti a vendere o comprare al superamento di determinati livelli. In teoria dovrebbero ridurre l’emotività, tagliare il rumore, migliorare la liquidità. In pratica, in giornate come quelle di fine gennaio, succede il contrario: i modelli rilevano lo stesso segnale allo stesso momento, scattano le stesse vendite, e la discesa diventa un “ascensore” che brucia in minuti quello che il mercato aveva costruito in settimane.
Lo stesso copione, in scala diversa, si vede sulle Borse. L’S&P 500 e il tech americano hanno iniziato a correggere dopo una lunga corsa alimentata da narrativa sull’intelligenza artificiale, multipli tirati e liquidità abbondante; quando arrivano dati macro meno confortanti o un cambio di tono sulla politica monetaria, è l’armata degli algoritmi a fare la prima mossa. I portafogli “smart beta”, gli Etf tematici consigliati dai roboadvisor e le strategie di ribilanciamento automatico tendono a scaricare le stesse posizioni, sugli stessi titoli e sugli stessi indici, nel medesimo arco temporale. L’effetto è una volatilità che si concentra in poche sessioni, con candele giornaliere molto più violente rispetto al passato su movimenti in fondo spiegabili in modo lineare sul piano macro.
La differenza rispetto agli esseri umani non è che le macchine “si spaventano di più”, ma che ragionano in maniera identica. L’investitore tradizionale può decidere di tenere, comprare sul ribasso, o addirittura ignorare il segnale; un roboadvisor programmato per riportare il peso dell’azionario sotto una certa soglia, o per tagliare una posizione quando la volatilità supera un livello prefissato, non ha dubbi: esegue. Se migliaia di portafogli hanno modelli simili, la risposta diventa collettiva. È una nuova forma di gregge: niente panico in sala trading, solo linee di codice che, all’unisono, decidono che è ora di uscire.
Il paradosso è che molte ricerche mostrano come, nel medio periodo, l’uso di algoritmi e roboadvisor possa persino ridurre la volatilità e migliorare l’efficienza di mercato, evitando gli eccessi più clamorosi del trading “di pancia”. Ma questa maggiore efficienza quotidiana ha un prezzo: quando il sistema va fuori equilibrio – perché i prezzi sono diventati “meltup”, come sull’oro, o perché una notizia inattesa cambia rapidamente il quadro – la correzione tende a essere più rapida e più profonda. È come comprimere una molla per mesi: si muove poco finché resta sotto controllo dell’algoritmo, poi alla prima scintilla scatta tutta insieme.
Il risultato è un mercato che di giorno in giorno appare più razionale, e nei momenti chiave è più nervoso. L’oro che vola e crolla, le megacap tech che cambiano di mano in blocco, le criptovalute che si muovono in sincrono con i titoli growth raccontano la stessa storia: meno psicodrammi umani, più automatismi replicati su scala industriale. L’investitore in carne e ossa, nel frattempo, resta lì in mezzo, a guardare grafici che sembrano accelerati. La sfida, nei prossimi anni, sarà proprio questa: imparare a convivere con mercati in cui la paura non urla più in sala, ma corre silenziosa nelle righe di codice di un software di roboadvisory.