Le previsioni sull’andamento dell’oro nel 2026, raccolte qualche settimana fa tra 28 esperti del settore dall’autorità indipendente Lbma, sembrano una burla. Sedici previsioni di massimo rialzo sono già state superate dalla realtà. Altre due prevedevano un massimo di 5.400 dollari l’oncia e possono oggi dire di essere ancora in partita. Ma quello che colpisce di più è il range di scostamento che, per tutti o quasi, è enorme. Per Keisuke (Bill) Okui della Sumitomo Corporation, ad esempio, il prezzo massimo dell’oro potrebbe andare nel 2026 dai 3.500 ai 6mila dollari all’oncia. Insomma la partita potrebbe finire in una via intermedia tra il sei a zero per i padroni di casa o lo zero a sei per gli ospiti. Per Michael Hsueh di Deutsche Bank, uno preciso, il range di prezzo va, o meglio andava, dai 2.950 ai 4.950.
Tutti gli analisti, comunque, si prendono un bel po’ di spazio, almeno un migliaio di dollari, tra la previsione minima e quella massima. Batte tutti Julia Du di ICBC Standard Bank che si lancia in un forecast ad ampio raggio che va dai 4.100 ai 7.150 dollari all’oncia. Sembra davvero che non abbiano idea di cosa succederà, che i loro modelli di previsione siano inadatti alla nuova situazione, o che la sparino a caso.
Tutti ripetono i soliti mantra per giustificare il rialzo del prezzo: gli acquisti delle banche centrali, la produzione scarsa, i rischi geopolitici e la domanda degli investitori retail. Peccato che due su quattro non siano neanche veri e uno sia poco credibile. Infatti, i dati del World Gold Council mostrano che le miniere hanno sfornato nel 2024, ultimo dato disponibile, 3.661 tonnellate d’oro, un record che supera quello già registrato nel 2023. Inoltre, le banche centrali nei primi tre trimestri del 2025 hanno ridotto del 13% gli acquisti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Poi, affermare che a spostare così velocemente il prezzo al rialzo o al ribasso sia il signor Rossi che compra un lingottino o il signor Yu che in Cina si lancia in un Etf sull’oro appare davvero esagerato, visto anche che, nello stesso momento, la domanda di gioielli, sempre secondo World Gold Council, è calata del 20%.
Quello che conta davvero sono i rischi geopolitici e soprattutto una diversa percezione dell’oro nei portafogli istituzionali dei grandi investitori. In un’epoca caratterizzata da rischi macroeconomici enormi, con il dollaro che traballa e un’amministrazione americana che appare nello stesso tempo confusa e arrogante, l’oro ha cambiato faccia: da bene rifugio è diventato un asset d’investimento. Il primo a dichiararlo apertamente è stato il chief investment officer di Morgan Stanley Mike Wilson che a settembre ha mandato in pensione il classico portafoglio 60/40, raccomandando di sostituire metà dei bond con l’oro fino a un 20%, perché il metallo giallo è capace non solo di fronteggiare una crisi, ma di beneficiarne. E ci pare abbia avuto ragione.
Ora il prezzo dell’oro è diventato una questione di vasi comunicanti, di domanda e di offerta. Il 20% della ricchezza finanziaria globale, stimata da Boston Consulting Group in circa 512.000 miliardi di dollari, equivale a 102.000 miliardi che se venissero convertiti in oro al prezzo di 160mila dollari al chilo significano 637.500 tonnellate, oltre tre volte quello estratto finora da sempre. Insomma non basta. Il prezzo sale di conseguenza.
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Come lo scorso anno e nonostante i recenti ribassi, le previsioni per il 2026 della maggior parte degli analisti sono già state superate dalla realtà
