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L’arma dei dazi e la gestione del potere nell’era Trump 2.0
Di Angelo Deiana |
Pubblicato il 27 Gennaio 2026
Le tariffe doganali sono diventate degli strumenti geopolitici per influenzare settori strategici e scelte politiche secondo una logica bilaterale e coercitiva

Durante questo primo anno della seconda presidenza Trump, i dazi sono diventati leve di potere geopolitico, utili a promuovere gli interessi nazionali all’interno di una globalizzazione selettiva. Stiamo parlando di funzioni strategiche che vanno ben oltre la dimensione commerciale.
Nella visione del 47° Presidente degli Stati Uniti, le tariffe sono strumenti capaci di ridefinire i rapporti di forza e costringere gli avversari a negoziare da posizioni meno favorevoli. La logica è quella della potenza: colpire settori strategici per segnalare determinazione, creare incertezza e ottenere concessioni su dossier che spesso non hanno nulla a che vedere con il commercio.
Proviamo a fare qualche esempio: con la Cina, i dazi sono diventati un modo per rallentare l’ascesa tecnologica di Pechino e per spingere le aziende americane a riconsiderare la dipendenza dalle catene di fornitura asiatiche.
Con l’Europa, le tariffe hanno assunto un valore simbolico, un messaggio sulla necessità di ribilanciare un rapporto che Trump considera troppo sbilanciato in termini di investimenti in difesa e sicurezza strategica. Persino con alleati storici, come il Canada o il Messico, i dazi sono stati usati come minaccia per ottenere risultati su immigrazione, sicurezza e cooperazione di frontiera.
In questo quadro, la tariffa diventa un linguaggio: un gesto politico che comunica fermezza, rompe gli equilibri e costringe gli interlocutori a reagire. È una diplomazia (ammesso che si tratti ancora di diplomazia) muscolare, che privilegia l’impatto immediato, lo “short termism” rispetto alla stabilità di lungo periodo.
Alcuni osservatori la considerano una forma di “realismo economico”, altri la vedono come una strategia rischiosa che può generare ritorsioni e indebolire le alleanze. Ma è indubbio che, per Trump, i dazi rappresentino uno strumento di potere, non un tecnicismo commerciale.
Nonostante l’obiettivo dichiarato fosse riequilibrare il deficit commerciale, il reale intento era più ambizioso: raccogliere fondi per abbassare le tasse negli Stati Uniti e ridefinire le regole del commercio e del potere internazionale secondo una logica bilaterale e coercitiva. Il messaggio è inequivocabile: chiunque non si allinei agli interessi strategici di Washington rischia l’esclusione dal mercato americano.

 

Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni

 

Questa nuova visione prende forma in un contesto globale sempre più diviso, dove la globalizzazione si trasforma in una competizione tra grandi piattaforme economiche, finanziarie e tecnologiche. Ecco perché, nella logica dei dazi 2.0, le tariffe sono ora strumenti geopolitici per influenzare settori strategici e scelte politiche. La strategia di Trump ha ridefinito il commercio internazionale: ogni dazio è un segnale, i suoi effetti sono economici e geopolitici.
In ogni caso, il sistema del commercio è tornato terreno di confronto tra potenze. La competizione si concentra sulla capacità di condizionare le catene globali del valore. La politica doganale diventa un indicatore centrale per i mercati, commerciali e finanziari.
La ri-globalizzazione strategica trasforma ogni scelta commerciale in un atto politico. L’Europa è tra la pressione americana e l’espansione cinese, mentre il mondo entra in una nuova era multipolare dove commercio e tecnologia sono campi di battaglia per la supremazia geopolitica ed economica.