Gli immobili che si trovano in quartieri colpiti dalla desertificazione commerciale valgono il 16% in meno rispetto a quelli in aree mediamente servite. Il differenziale complessivo può arrivare al 39% se paragonato ad abitazioni situate in zone ricche di negozi. Il dato emerge da un’indagine realizzata da Confcommercio, in collaborazione con Swg, sulla desertificazione commerciale nelle città. Negli ultimi dieci anni, evidenzia lo studio, gli italiani hanno percepito chiaramente la chiusura di attività di quartiere: il 55% ha notato la scomparsa di negozi di articoli sportivi, giocattoli e di librerie, il 49% di negozi di abbigliamento, profumerie e gioiellerie, il 46% di ferramenta e negozi di arredamento, il 45% di alimentari. L’80% degli intervistati prova tristezza nel vedere saracinesche abbassate e il 73% collega il fenomeno al calo della qualità della vita. Solo farmacie e pubblici esercizi appaiono in controtendenza. Secondo l’indagine, bar e ristoranti costituiscono il principale elemento che contribuisce alla qualità della vita urbana (78%), seguiti da spazi verdi (66%) e negozi (65%). Le attività di quartiere sono riconosciute come attivatori di socialità (64%), garanzia di cura degli spazi pubblici (62%) e presidi di sicurezza (60%). Nonostante la crescita dell’e-commerce, il 67% degli italiani dichiara di volere più negozi di vicinato per ridurre gli spostamenti e il 68% vorrebbe un mix di piccole e medie attività per avere maggiori possibilità di scelta. Il 49% degli intervistati lamenta un aumento sbilanciato di attività dedicate al cibo e il 23% segnala la crescita di negozi per turisti con prodotti di bassa qualità.
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Senza negozi gli appartamenti valgono meno
La differenza di prezzo, secondo Confcommercio, arriva fino al 39%
