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Portarsi il pranzo da casa fa risparmiare due stipendi l’anno
Di Redazione |
Pubblicato il 16 Dicembre 2025
La minore spesa ammonta in media a 263 euro al mese, elaborata in base alla differenza tra il costo della preparazione di un pranzo e quello della ristorazione

Guadagnare due mensilità in più? Per alcuni è possibile, basterebbe solo rinunciare al pranzo fuori, che può arrivare a costare addirittura circa il 20% del reddito lordo mensile. Chi sceglie di prepararsi il pranzo – la famosa “schiscetta” – può risparmiare in media 263 euro al mese, quasi 3.200 euro su base annua. Se si confronta con lo stipendio medio netto mensile – che in Italia si attesta tra 1.700 e 1.850 euro – si tratta di quasi due mesi di busta paga in più.
La differenza in termini di spesa è enorme: basti considerare che un piatto di pasta, un’acqua, un caffè fuori costano in media 16 euro al Nord e 13 euro al Sud. A casa, appena 1,7 euro. Portarsi il pranzo al lavoro non fa bene, quindi, solo alla salute ma anche al portafogli. Questi dati emergono dall’analisi di Bravo, fintech nella gestione del debito, che ha messo a confronto le spese ed elaborato i dati.

Dove si risparmia di più

Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria e Trentino-Alto Adige sono le regioni dove potenzialmente si può risparmiare di più (circa 3.500 euro). In fondo alla classifica troviamo Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo (tutte poco sotto i 2.800 euro), con un divario di quasi 670 euro all’anno rispetto al Nord. Tra le prime 20 città per risparmio dominano Lombardia (sei città), Emilia-Romagna (4), Piemonte e Veneto (3 ciascuna). Le regioni meridionali sono quasi del tutto assenti nella parte alta della classifica, complici le retribuzioni più basse e i costi inferiori della ristorazione.
In termini assoluti, le città dove portarsi il pranzo da casa fa risparmiare di più sono concentrate al Nord. Milano, Monza-Brianza, Parma, Modena e Bologna guidano la classifica con un risparmio annuo di 3.630 euro ciascuna. In particolare Milano, con una retribuzione mensile lorda di circa 2.780 euro (la più alta d’Italia), rappresenta il caso emblematico di come il peso della spesa alimentare quotidiana risulti rilevante anche con stipendi più alti. Sul fronte opposto, tutte le città del Sud e alcune del Centro si attestano sui 2.760 euro all’anno di potenziale risparmio. Il minor risparmio in valore assoluto è dovuto principalmente al costo più basso del pranzo fuori, che rende la differenza con quello portato da casa meno marcata in termini monetari, ma comunque significativa rispetto al reddito locale.
La busta paga conta
La situazione si ribalta, però, analizzando il risparmio in percentuale sulla busta paga. Infatti, se si analizza il risparmio non in valore assoluto la classifica si inverte del tutto. Vibo Valentia conquista il primo posto: qui chi si porta il pranzo da casa risparmia il 22,3% della propria busta paga mensile, circa 243 euro su 1.090 euro di retribuzione lorda. Seguono Grosseto (21,5%) e Imperia (21%). Queste sono le città dove rinunciare al pranzo fuori ha l’impatto più significativo sul bilancio familiare in termini relativi. Milano, nonostante sia in testa per risparmio assoluto, si posiziona ultima nella classifica percentuale con appena il 10,8%: pur essendo il risparmio elevato in valore assoluto, pesa meno rispetto a una busta paga più alta. In molte città del Sud e in alcuni centri più piccoli del Centro-Nord, l’incidenza della “schiscetta” sul budget mensile è decisamente più rilevante.
«A volte l’educazione finanziaria non riguarda investimenti o grandi prestiti, ma anche le piccole scelte quotidiane» ha dichiarato Santiago Onate Verduzco, country manager di Bravo in Italia. Portarsi il pranzo da casa invece di mangiare fuori può sembrare un gesto banale, ma nell’arco di un anno si traduce in un risparmio notevole. È esattamente il tipo di consapevolezza che in parte manca nel Paese. Spesso il sovraindebitamento nasce proprio da qui, dall’accumulo di piccole spese che sembrano irrilevanti ma che nel tempo diventano insostenibili. Non si tratta di fattori culturali o di scarsa istruzione, ma di una banale mancanza di consapevolezza sulle spese quotidiane e dell’assenza di una pianificazione degli obiettivi di risparmio.