Il mercato delle criptovalute in appena sei settimane ha lasciato sul terreno oltre il 30% di capitalizzazione, bruciando più di mille miliardi di dollari (dai 4,3 trilioni del 6 ottobre, mentre ora galleggia attorno ai 3,2) e mandando in frantumi l’idea – già più volte messa in discussione – che i token digitali potessero funzionare come un bene rifugio nei momenti di incertezza finanziaria.
Per anni la narrativa dominante aveva presentato Bitcoin, Ethereum e una miriade di altri asset digitali come strumenti decorrelati dai movimenti dei mercati tradizionali, capaci di muoversi in autonomia rispetto ad azioni, obbligazioni, materie prime od oro. Una sorta di “isola” in un mare di volatilità. La realtà delle ultime settimane racconta, però, una storia diversa: quando gli investitori hanno iniziato a scaricare asset percepiti come rischiosi, le criptovalute sono state tra i primi nomi della lista.
La regina delle criptovalute, il Bitcoin, ha perso più di un quarto del suo valore nello stesso periodo e ora scambia ai livelli più bassi da aprile attorno agli 84mila dollari, portandosi in territorio negativo da inizio anno di oltre il 13%.
La corsa di Bitcoin oltre i 126 mila dollari, registrata a inizio anno, si basava su due pilastri: l’aspettativa di tagli ai tassi consistenti da parte della Federal Reserve e una crescente adozione istituzionale della criptovaluta. Entrambi i fattori si sono verificati solo in minima parte, accelerando le vendite.
Il pesante crollo delle quotazioni ha messo nei guai le società che avevano accumulato token come riserva strategica e ora sono alle prese con un ridimensionamento del loro patrimonio digitale. Le digital asset treasuries (Dat), le società che acquistano a credito Bitcoin o crypto sul mercato, sono quasi tutte sotto la parità con il controvalore delle crypto che hanno acquistato. Per la prima volta, il valore di mercato di Strategy, la più importante azienda del settore, che possiede quasi 650mila Bitcoin, oltre il 3% del totale, è sceso al di sotto del valore netto delle sue partecipazioni in criptovalute: ovvero è inferiore al totale del debito che ha contratto per acquisire la valuta digitale, mentre i prezzi in calo di Bitcoin stanno erodendo costantemente il valore del collaterale dell’azienda. In questo scenario la società potrebbe essere costretta a vendere parte delle sue partecipazioni per soddisfare i suoi obblighi nei confronti dei creditori, amplificando, in questo modo, il crollo della moneta virtuale e innescando una spirale al ribasso che potrebbe mettere seriamente in dubbio la sua solidità.
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L’inverno dei Bitcoin. La criptovaluta ha perso oltre il 30% rispetto ai massimi
In difficoltà le società che compravano le valute digitali chiedendo prestiti al mercato che ora devono aumentare le coperture e potrebbero essere costrette a vendere i token alimentando una spirale al ribasso
