Sembravano l’Uovo di Colombo. Mutui in franchi svizzeri legati all’indice Saron che costavano decisamente meno di quelli in euro. Tra il 2003 e il 2010 le banche italiane, specialmente Barclay, in quel momento presente nel nostro Paese con 85 filiali, ne hanno venduti a migliaia di famiglie, incantandoli con un risparmio immediato. Peccato che in quel periodo l’euro valesse circa 1,5 franchi svizzeri, mentre negli anni seguenti si sia avvantaggiato molto rispetto alla valuta europea. Chi aveva ottenuto 100mila franchi svizzeri aveva incassato circa 65mila euro per comprare l’immobile, ma oggi che il cambio è a quota 0,93 deve restituire 107mila euro oltre gli interessi. La rivalutazione del franco svizzero rispetto all’euro ha intrappolato, così, migliaia di consumatori in un meccanismo infernale di debiti crescenti. Molte famiglie, che avevano sottoscritto il mutuo per comprare la prima casa, si sono ritrovate a pagare rate sempre più alte e a vedere aumentare il capitale residuo da restituire, in una spirale debitoria senza via d’uscita. Quello dei mutui è un caso scuola per comprendere cosa sia il rischio di cambio, sia nel caso di investimenti che di debiti.
Le valute vengono trattate sui mercati come se fossero merci. Quindi possono essere acquistate o vendute esattamente come altri tipi di beni. Il rapporto tra le due valute viene definito “tasso di cambio”, e il suo valore varia continuamente, esattamente come il prezzo di un’azione o di un derivato, perché è determinato dalla domanda e dall’offerta, e rispecchia il rapporto tra le economie dei due Paesi a cui fanno capo le valute.
Quando un investitore che paga in euro compra uno strumento quotato in valuta estera il suo valore viene trasposto nella valuta di quotazione sulla base del tasso di cambio di quel momento. Ad esempio, se volessimo comprare un’azione di Alphabet (Google) dovremmo pagare circa 280 dollari, ovvero, al cambio attuale di 0,86 circa, 240 euro. L’operazione comporta un rischio di cambio alla chiusura perché il titolo rimane quotato in dollari, e quando venderò Alphabet il suo valore verrà convertito in euro. Immaginiamo che al momento della vendita il titolo in dollari abbia lo stesso valore e che il dollaro perda terreno rispetto all’euro scendendo a quota 0,75, mi verrebbero restituiti 210 euro.
Il rischio di cambio è implicito in ogni operazione in valuta diversa dalla propria, ma può essere anche un’opportunità perché la variazione del cambio può anche essere positiva. Ritornando all’esempio procedente, immaginiamo che il dollaro si rafforzi e raggiunga la parità con l’euro. In questo caso, si venderebbe comunque a 280 dollari, ma si incasserebbero 280 euro, 40 in più di quelli spesi. Insomma, si può investire in dollari o in strumenti finanziari o materie prime quotate nella valuta americana se si è convinti che acquisterà valore rispetto all’euro. Fare previsioni in questo campo è estremamente difficile perché oltre ai fattori economici entrano in gioco decine di variabili geopolitiche e sociologiche. Ci si può, invece, coprire dai rischi di cambio. Una prima ipotesi, adatta a trader esperti, è coprirsi direttamente facendo trading sulle valute, con un’operazione simmetrica al ribasso sul cambio sterilizzandolo completamente. L’altra opzione sono i future sui cambi che offrono la possibilità a una data scadenza di ricevere un determinato importo in una valuta a fronte del pagamento nell’altra.
Per quanto riguarda i debiti in valuta, per coprirsi dai rischi basta una sola semplice regola: indebitarsi solo e soltanto nella valuta in cui si guadagna o si possiede già.
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