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Dazi e prezzi, la tregua è temporanea. Le imprese USA finora hanno sostenuto il 67% dei maggiori costi
Di Redazione |
Pubblicato il 16 Novembre 2025
L’inflazione negli Usa rallenta ma il rischio resta: l’effetto delle tariffe potrebbe spostarsi dai produttori ai consumatori, riaccendendo le pressioni sui costi e frenando la ripresa

Nonostante il recente rallentamento dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, il tema dei dazi torna a pesare sulle prospettive di inflazione e politica monetaria. Le ultime analisi di AcomeA Sgr, Goldman Sachs e della Federal Reserve Bank di Chicago convergono su un messaggio chiaro: la tregua potrebbe essere temporanea. Come sottolinea Martina Daga, macro economist di AcomeA Sgr, il dato di settembre «ha stupito le aspettative del mercato al ribasso», con la componente dei beni core cresciuta solo dello 0,2% su base mensile – un ritmo perfettamente in linea con il target del 2% della Fed, se annualizzato.
Le pressioni si concentrano su pochi comparti, come l’abbigliamento (+0,7 % mensile), ma restano episodi marginali. Al contrario, beni per la casa e articoli di svago si stanno normalizzando dopo gli aumenti estivi». Secondo Daga, ciò dimostra che l’impatto dei dazi sui prezzi al consumo è finora limitato, un “aggiustamento una tantum” più che una tendenza strutturale. Tuttavia, la macroeconomista avverte che la componente dei servizi – più sensibile ai salari e alle condizioni del mercato del lavoro – potrebbe rappresentare la prossima fonte di tensione inflazionistica se i costi legati alle tariffe si trasmetteranno lungo la catena dei prezzi.
Una visione più preoccupata arriva da Goldman Sachs, che prevede un trasferimento dei costi dei dazi dalle imprese ai consumatori entro fine 2025. Finora, le aziende statunitensi hanno assorbito circa il 64% dell’onere tariffario, mentre solo il 22 % è ricaduto sulle famiglie. Ma secondo la banca d’investimento, entro la fine dell’anno i consumatori potrebbero arrivare a sostenere fino al 67% del costo totale, con un effetto diretto sull’inflazione di fondo.
Goldman Sachs stima inoltre che l’indice core PCE, la misura preferita dalla Fed, possa salire fino al 3,2% su base annua entro dicembre – quasi un punto in più rispetto a uno scenario senza dazi. In pratica, i prezzi più alti rischiano di erodere il potere d’acquisto e frenare i consumi, senza un reale vantaggio competitivo per l’industria americana.
A sottolineare i rischi di lungo periodo è anche Austan Goolsbee, presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, che ha definito le tariffe «uno shock negativo all’offerta, uno shock di stagflazione».
Secondo Goolsbee, i dazi aumentano i costi di produzione e comprimono la capacità produttiva, innescando la combinazione più pericolosa per l’economia: inflazione in crescita e domanda in rallentamento. Pur precisando che non si tratta di una replica degli anni ’70, Goolsbee ha avvertito che l’effetto cumulativo delle tariffe «potrebbe rendere più difficile per la Fed ridurre i tassi».
Nel breve termine, i dati di AcomeA Sgr confermano che le pressioni inflazionistiche si stanno attenuando. Ma sul medio periodo, le analisi di Goldman Sachs e della Fed di Chicago ricordano che i dazi sono una mina a orologeria macroeconomica: oggi silenziosa, domani potenzialmente esplosiva.
Se i costi di importazione continueranno a essere trasferiti ai consumatori la curva dei prezzi potrebbe tornare a salire, complicando il percorso di disinflazione e spingendo la Fed a posticipare i tagli ai tassi. Nel frattempo, le imprese si trovano a un bivio: assorbire i costi e ridurre i margini, oppure trasferirli ai clienti e rischiare di rallentare la domanda. In entrambi i casi, la politica dei dazi si conferma un’arma a doppio taglio – più politica che economica, più rischiosa che efficace.