L’acronimo “Fomo”, Fear of Missing Out, coniato nel 2004 da Patrick J. Mc Ginnis, studente di Harvard Business School, sintetizza perfettamente l’attuale forza relativa dei mercati. Nello specifico, la “paura di essere tagliati fuori” sta alimentando e corroborando le performance a doppia cifra di molte asset class. Performance supportate, più che da solidi fondamentali di bilancio, da comportamenti imitativi ed impulsivi mossi non certo da principi economici e finanziari ma da ansia del mancato guadagno e dalla ricerca costante di seguire i risultati positivi degli altri.
È il così detto “effetto gregge” dove, nell’assoluta incertezza, gli investitori tendono a seguire il movimento corale della maggioranza, nella convinzione che probabilmente è la cosa giusta da fare. Il Bitcoin, il titolo Nvidia, lo stesso Gold, sono esempi reali e lineari di come il rally sia stato innescato da un ciclo di feedback positivi dove l’aumento costante dei prezzi si è autoalimentato con la stessa forte domanda, in risposta proprio al timore di perdere un’opportunità di guadagno.
Il fenomeno della Fomo è spesso esacerbato dalla dispercezione del rischio da parte degli investitori. Quando il mercato sale rapidamente, gli investitori tendono a ignorare i segnali di pericolo e a concentrarsi esclusivamente sul guadagno immediato, determinando inevitabilmente un aumento del rischio sistemico in quanto gli asset vengono comprati a prezzi che non riflettono i reali multipli di bilancio sottostanti. Inoltre, la totale assenza di una corretta diversificazione del portafoglio e il sovrappeso solo su qualche singolo titolo, per di più in ipercomprato e in pieno trend da “euforia collettiva”, espone gli investitori a rischi ancora maggiori. Questo ottimismo irrazionale privo di pianificazione, può innescare di fatto un disequilibrio strutturale tra prezzo e valutazioni, stressando i mercati e portandoli a un violento riallineamento dei valori.
Attualmente il Cyclically Adjusted Price-to-Earnings (Cape) ratio per il S&P 500, calcolato come rapporto tra il prezzo dell’indice e la media mobile a 10 anni degli utili delle aziende, aggiustati per l’inflazione, si trova su livelli elevati, intorno a 36, ben al di sopra della media storica di circa 16-17. Un Cape elevato è spesso giustificato da forti aspettative di crescita in settori specifici, come la tecnologia, l’intelligenza artificiale, il cloud computing, che portano gli investitori a pagare un caro prezzo ogni dollaro di utile futuro.

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers
Indentificare le bolle dei mercati e in particolare di quelli azionari è sempre stato un esercizio atavicamente affascinante e stimolante, ma la sua difficoltà di proiezione non ha mai permesso di anticipare né violente crisi sistemiche né le loro relative profonde correzioni. Il fenomeno del Fomo nei mercati finanziari, sebbene radicato in dinamiche psicologiche complesse, può compromettere l’efficacia delle decisioni d’investimento, spingendo gli operatori a sovrastimare il potenziale di guadagno a breve termine, ignorando inconsciamente il rischio intrinseco. Una gestione disciplinata del portafoglio, supportata da modelli quantitativi e analisi fondamentali, risulta essenziale e imprescindibile per mitigare gli effetti deleteri di tale bias cognitivo, preservando la coerenza di metodo con gli obiettivi finanziari a lungo termine.
