La tradizionale distinzione degli stili di gestione tra attivo e passivo in un contesto di mercato come quello attuale potrebbe avere le ore contate. Richard Oldfield, Group Ceo di Schroders, spiega perché queste due categorie sono destinate a diventare sempre meno rilevanti e come sta cambiando l’approccio degli investitori.
«Negli ultimi anni c’è stata un’esplosione di fondi passivi che non replicano indici ampi, ma si concentrano invece su temi, stili, regioni o altre sottocategorie. Possono essere passivi, ma il processo di utilizzo come elementi costitutivi all’interno di un portafoglio è decisamente attivo. Anche altri fattori stanno guidando una rivalutazione dello stereotipo dello scontro tra attivo e passivo. Ad esempio, la volatilità del mercato degli ultimi mesi ha evidenziato il rischio di concentrazione legato agli indici generali, siano essi globali o statunitensi. Quasi tre quarti dell’indice MSCI World sono costituiti da società statunitensi e solo dieci titoli, principalmente tecnologici, ne costituiscono la metà. La partecipazione passiva nel percorso verso tale concentrazione ha funzionato bene per gli investitori. Dal 2010 l’indice S&P500 ha prodotto rendimenti annuali di quasi il 14%. Con il rafforzamento del dollaro e il consolidamento della posizione dominante delle azioni statunitensi, queste ultime hanno sovraperformato in modo significativo gli altri mercati mondiali. Ma i pericoli sono emersi bruscamente nel sell-off di aprile innescato dai dazi di Trump per il “Giorno della Liberazione”».

Richard Oldfield, Group ceo di Schroders
Secondo Oldfield, gli investitori stanno già adottando un approccio più intenzionale e consapevole. Per ottenere portafogli più resilienti, hanno deciso di diversificare tra aree geografiche, stili e classi di attività. Nell’ultimo Global Investor Insights Survey di Schroders – condotto tra aprile e maggio tra 995 investitori professionali di tutto il mondo che rappresentano 67mila miliardi di dollari di asset – l’80% degli intervistati ha affermato, infatti, di essere più propenso a utilizzare strategie a gestione attiva nei prossimi 12 mesi. «Di fronte alle insidie di un indice, gli investitori desiderano un approccio che sia anticipatorio o contrarian. Per gran parte degli ultimi due decenni i fattori macroeconomici (bassi tassi d’interesse, abbondante liquidità, eccezionalismo statunitense) hanno sostenuto tutti gli asset. In un contesto di maggiore volatilità, i fattori micro (ad esempio la resilienza degli utili delle singole società) stanno emergendo in primo piano. La necessità di guardare avanti è più pressante. Cosa c’è dietro l’angolo? Una soluzione potrebbe essere un approccio value, in cui le partecipazioni sottovalutate offrono un margine di sicurezza. Altri approcci invece potrebbero essere tematici, ancorati a un settore o a una tendenza».
