Gita Gopinath, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, ha avvertito che un crollo dei listini potrebbe spazzare via 35 trilioni di dollari. Jamie Dimon, presidente e ceo di JPMorgan Chase ha parlato di una grave correzione del mercato nei prossimi due anni. Warren Buffett, più sfumato, ha detto a Bloomberg: «Non dico che siamo in “bolla”, ma vedo più rischi del solito e molte valutazioni che richiedono attenzione». Ray Dalio, invece, è stato tranchant: «Sì, siamo in un periodo nel quale ci sono bolle tematiche: molti soldi stanno confluendo in “narrazioni” (AI, tech, startup) più che in modelli di business provati».
Insomma sono, più o meno, tutti d’accordo, ma nessuno può sapere con certezza se arriverà davvero un crollo dei mercati azionari e tanto meno qualcuno si azzarda a ipotizzare quando avverrà. Nel frattempo i listini continuano a registrare nuovi massimi. Gli investitori, di conseguenza sono in bilico tra la paura di andare incontro a perdite “sanguinose” e la Fomo (fear of missing out), ovvero la paura di essere tagliati fuori dagli attuali rialzi. «Il dilemma è chiaro: inseguire l’euforia o ribilanciare su titoli guidati dai dati» si chiede Lewis Grant, senior portfolio manager for global equities di Federated Hermes. «Non è un segreto che il rialzo azionario di quest’anno sia stato determinato principalmente dal sentiment, con i fondamentali in secondo piano. La paura di perdere qualcosa (Fomo) mette alla prova la determinazione anche dei più disciplinati, e ci sono molte ragioni per sostenere che questa volta sia diverso. L’intelligenza artificiale è una tecnologia che sta definendo un’era, con il relativo rally di mercato guidato da società affermate, ben capitalizzate e con una capitalizzazione di mercato elevata. La storia è avvincente, ma questa è solo una parte del processo di investimento. I fondamentali e le valutazioni possono essere ignorati solo per un certo periodo di tempo».
Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta investiranno nel 2025 cifre superiori ai 300 miliardi di dollari in data center, chip e infrastrutture. Numeri che fanno tremare i polsi. Nvidia, a sua volta, sta ampliando la capacità produttiva su scala mai vista. Ma il ritorno, sia in termini di utili sia di rialzo dei titoli azionari non è automatico. Anzi, una ricerca del MIT stima che circa il 95% dei progetti generativi resti confinato ai pilot, senza produrre un impatto tangibile sui conti. Molti sottolineano anche le sostanziali differenze tra il momento attuale e quello che determinò lo scoppio della bolla delle Dot.com quando tra il 2000 e il 2001 molte aziende fallirono e altre, come Cisco, sopravvissero, ma persero oltre l’80% del proprio valore in Borsa. «Una bolla può essere determinata solo con il senno di poi» sottolinea Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin «ma è possibile tracciare dei paralleli con le bolle precedenti. Le valutazioni attuali suggeriscono che il mercato si sta muovendo verso una bolla, ma ciò non significa che scoppierà immediatamente. Nel 2000 il forte contesto macroeconomico permise all’esuberanza di crescere per diversi anni: la fine del ciclo coincise con il crollo del mercato. Le implicazioni a lungo termine appaiono più chiare. Alle attuali valutazioni, le azioni Usa faranno fatica a generare rendimenti superiori al 5% annuo nel prossimo decennio».
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Lo spettro della bolla si aggira sui mercati
Investitori in bilico tra la paura di andare incontro a perdite ingenti e quella di essere tagliati fuori da possibili nuovi rialzi
