La guerra non è un problema grave, almeno per le Borse mondiali. Quando sono scoppiate le ultime, i listini hanno reagito poco e recuperato in fretta tutto. Ora che, almeno pare, è stato raggiunto un accordo di pace tra Hamas e Israele non hanno fatto un plissé. O meglio, hanno reagito come ci si aspettava: con i titoli della Difesa ed energetici in leggero calo, in un paio di sedute di calma piatta. Il petrolio è sceso e anche l’oro ha subito una battuta d’arresto, durata, peraltro, un fiato perché il presidente americano Trump ha subito annunciato dazi del 100% sulla Cina e il metallo giallo ha ripreso a correre. Dal punto di vista economico l’accordo di pace in Palestina ha, comunque, tre conseguenze pratiche e tre sono i possibili spunti di investimento.
Il prezzo del petrolio
Un accordo tra arabi e israeliani e i suoi possibili sviluppi positivi nei rapporti diplomatici tra gli Stati mediorientali implicano l’allontanarsi di eventi geopolitici dirompenti nella zona che potrebbero far salire il prezzo del petrolio. I prezzi del barile sono scesi quando è arrivata la notizia perché è sceso il premio di rischio legato all’estrazione della materia prima. Con l’economia mondiale in bilico tra una crescita moderata e lo scivolamento verso una recessione, questa è una buona notizia: tutto può continuare come prima, con un rischio in meno e un’inflazione che non sale più di tanto.
Il canale di Suez
Il fatto che finalmente si stia avviando un processo di pace in Medio Oriente sta alleviando un po’ la tensione e potrebbero attenuarsi i timori relativi al passaggio delle navi dal Canale di Suez. Il leader dei ribelli Houti Abdul-Malik al-Houthi, secondo i media sauditi, avrebbe ordinato ai combattenti, spalleggiati da sempre dall’Iran, di interrompere gli attacchi contro Israele e le navi legate, in qualche modo, a Israele, che il gruppo aveva condotto in modo intermittente negli ultimi due anni. La tregua durerà, pare abbia detto, solo finché Israele continuerà a rispettare il cessate il fuoco a Gaza. Questa è un’ottima notizia non solo per le petroliere, ma per tutte le navi da carico provenienti da oriente che, a causa del prezzo delle assicurazioni e per i pericoli che potevano correre, evitavano di passare per lo stretto di Hormuz ed erano costrette a circumnavigare l’Africa per giungere nei porti del Mediterraneo. Le merci costeranno un po’ meno e, anche in questo caso, ne gioverà l’inflazione.
La ricostruzione
Dopo due anni di bombardamenti, Gaza non esiste praticamente più. Oltre l’80% di tutti gli edifici nella Striscia sono distrutti o danneggiati, mentre nel capoluogo questa percentuale arriva al 92%. La ricostruzione sarà il vero business (nella foto il progetto “Gaza Riviera”). Si tratta di trovare ingenti capitali e avviare un’operazione immobiliare gigantesca. A questo tavolo stanno cercando di sedersi un po’ tutti, ma i posti principali sono già assegnati alla Blair Capital Real Assets, un fondo dell’ex premier inglese specializzato in operazioni post-conflitto, e la Trump Organization attraverso la nuova piattaforma “Middle East Recovery Properties”, un consorzio di veicoli finanziari che include la Trump International Real Estate, le Kushner Companies, la Witkoff Development e soggetti legati a Bain Capital e Carlyle Group. Se aziende cementifere e di costruzioni riusciranno a ottenere anche una piccola fetta della torta potrebbero beneficiarne non poco.
