Gli investimenti ESG, introdotti con il Regolamento EU 2019/2088 nel 27 novembre 2019, sono disciplinati da una serie di vincoli e normative che mirano a garantire sostenibilità e responsabilità sociale, evitando di fatto scorrette pratiche di greenwashing.
Un aspetto ampiamente dibattuto riguarda il settore della difesa, la tassonomia dell’UE esclude infatti le attività che riguardano la produzione di armi definite “controverse”, come ad esempio quelle chimiche batteriologiche o nucleari. Tutto questo ha innescato obbligatoriamente una dicotomia sia per gli investitori istituzionali sia per quelli privati che desiderano allinearsi ai criteri di sostenibilità, ma che devono di fatto rinunciare ad alcune opportunità di mercato in quanto diverse tecnologie e aziende militari non sono compatibili con i principi della stessa tassonomia.
Con il ReArm Europe, però, in risposta alle crescenti tensioni geopolitiche, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 24 febbraio del 2022, si è dato il via libera a un imponente rafforzamento della capacità di difesa europea attraverso un approccio coordinato e integrato, promuovendo uno sviluppo industriale, tecnologico e bellico da circa 800 miliardi di euro.
È evidente che le guerre e i nuovi equilibri sempre più precari stanno mettendo sotto forte pressione le originarie metriche degli investimenti ESG, creando forti contraddizioni, sfide etiche e problemi di coerenza operativa sia per gli investitori sia per le istituzioni finanziarie. Molti fondi ESG, ad esempio, stanno progressivamente eliminando le esclusioni automatiche sulle aziende della difesa per poterle includere nei portafogli Article 8 (SFDR).
Gli investitori, con una crisi energetica in atto, l’inflazione ancora resiliente e i nuovi riassetti dell’ordine globale, vedono il modello ESG ancora come troppo rigido, astratto o “woke” per poter essere considerato esclusivo e totalizzante nella scelta del proprio investimento, generando di fatto critiche che sono alla base di un nuovo cambio di paradigma. Il defence-washing, infatti, è ormai una pratica trasversalmente riconosciuta e diffusa nel contesto geopolitico attuale, con cui aziende del settore della difesa e investitori finanziari cercano di presentare attività militari o la produzione di armamenti compatibili con i criteri di Environmental, Social and Governance. Il modello ESG oggi si trova in forte debito di credibilità, non perché i suoi principi siano sbagliati, ma perché è incapace di reagire con coerenza a un mondo in guerra, con prezzi energetici volatili e interessi nazionali profondamente divergenti.

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers
Definizioni come “difesa responsabile” o “difesa democratica” sono alla base di un poco convinto tentativo di legittimare eticamente e finanziariamente la produzione bellica nel suo complesso.
Dopo anni di crescita aggressiva e promesse ambiziose legate ai principi ESG, ad oggi, emergono limiti strutturali, ambiguità comunicative e un crescente scetticismo da parte di investitori e opinione pubblica. Solo un confronto inclusivo tra istituzioni, regolatori e imprese potrà garantire un’applicazione credibile, capace di coniugare sostenibilità, sicurezza e responsabilità. Dopo anni di entusiasmo, slogan e aspettative spesso disallineate e disattese con la realtà, è sempre più evidente la necessità di un approccio più rigoroso, trasparente e misurabile.
