È una piccola rivoluzione e un segno dei tempi, difficili, che stiamo vivendo. Morgan Stanley ha mandato in pensione il classico portafoglio 60/40 che prevede il 60% di azioni e il 40 di obbligazioni per compensare il rischio delle prime con la resilienza delle seconde. Al suo posto, per la prima volta, il suo chief investment officer Mike Wilson ha raccomandato di sostituire metà dei bond con l’oro, proponendo un portafoglio 60/20/20 perché offre una copertura dall’inflazione superiore. «L’oro è ora l’asset antifragile da possedere, piuttosto che i titoli del Tesoro. Le azioni di alta qualità e l’oro sono le migliori coperture», ha dichiarato Wilson al Reuters Global Markets Forum. Antifragilità è la capacità di un sistema, persona od oggetto, di resistere non solo agli urti e allo stress, ma di diventare più forte, migliorare e prosperare grazie a essi. E Wilson considera l’oro capace non solo di fronteggiare una crisi, ma di beneficiarne. Insomma, una promozione senza precedenti del metallo giallo e una bocciatura, parziale, delle obbligazioni.
Il problema fondamentale con la teoria classica del portafoglio 60/40 è che presuppone che le obbligazioni forniscano benefici di diversificazione quando la volatilità azionaria aumenta. Ma quando entrambe le classi di attività rispondono agli stessi impulsi di politica monetaria come ora, la diversificazione e il vantaggio di possedere bond viene meno. Il framework 60/20/20 di Wilson riconosce questa realtà introducendo un asset che, invece, finisce col beneficiare delle stesse condizioni che stanno mettendo in discussione la diversificazione tradizionale.
Una rivoluzione difficile da digerire per i gestori di capitali perché l’oro rientra solo in minima parte nel loro business. Possono vendere e comprare azioni delle società che gestiscono miniere o consigliare ai propri clienti dei futures, ma la compravendita dell’oro fisico, monete e lingotti, è un affare di altre società. Inoltre, l’acquisto del metallo giallo, nella maggior parte dei casi, non è una speculazione di breve termine, ma una scelta di lungo periodo e i gestori di patrimoni guadagnano di più quando comprano o vendono. C’è poi un altro problema che mette in dubbio la possibilità che un allocazione del 20% in oro dei patrimoni finanziari possa davvero essere realizzata: non ce n’è abbastanza. Secondo le stime del World Gold Council, finora sono state estratte circa 213.000 tonnellate di oro. Non molto visto che con esse si costruirebbe solo un cubo di 22 metri di lato.
Il 20% della ricchezza finanziaria globale, stimata da Boston Consulting Group in circa 512.000 miliardi di dollari, equivale a 102.000 miliardi che se venissero convertiti in oro, al valore di 120mila dollari al chilo, equivarrebbero a 850.000 tonnellate di monete e lingotti, quasi quattro volte quello estratto finora. Inoltre, solo una parte del metallo giallo è considerato “da investimento”. Il 46% dell’oro estratto è stato lavorato per farne gioielli, il 22% è nei forzieri delle Banche Centrali e il 14% è stato utilizzato in ambito industriale. L’oro da investimento è solo il 17% del totale estratto, poco più di 39.000 tonnellate. Meno di un ventesimo di quello necessario per proteggere, secondo Morgan Stanley, i portafogli finanziari globali. Insomma, tutto l’oro del mondo non basta.
ARTICOLI
Il portafoglio perfetto ha un 20% fatto di lingotti d’oro
Morgan Stanley considera il metallo giallo una copertura migliore delle obbligazioni per affrontare l’inflazione
