La settimana scorsa, per la prima volta nella storia, l’oro ha superato i 100mila euro al chilo e, nonostante il lieve ritracciamento dei giorni seguenti, ha guadagnato dall’inizio dell’anno poco meno del 40% in dollari. Un rally che va oltre i classici movimenti difensivi degli investitori in fasi di incertezza geopolitica o di politica monetaria accomodante. Questa volta, a muovere le acque del metallo giallo è soprattutto la domanda proveniente dalla Cina.
Secondo i dati del World Gold Council, nei primi sei mesi del 2025 gli acquisti di oro fisico in Cina hanno registrato una crescita senza precedenti: i privati hanno acquistato 239 tonnellate, con un balzo del 26% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A questo si aggiunge il boom degli ETF garantiti dall’oro, cresciuti in masse gestite di oltre il 300% rispetto al semestre precedente e gli acquisti della Banca centrale, che prosegue la sua politica di accumulo: la People’s Bank of China ha acquistato 21 tonnellate d’oro quest’anno, mentre nel 2024 ne aveva comprate 44 e 225 nel 2023, risultando il maggiore acquirente mondiale tra le banche centrali
Ora le riserve cinesi ammontano a poco più di 2.300 tonnellate, ma sono dati ufficiali, mentre quelli reali non si conoscono davvero, come si ignora quale sia il reale obiettivo finale in termini di tonnellate. La cifra di 5.000 tonnellate è stata suggerita nel 2009 da Hou Huimin, allora vice segretario generale della China Gold Association, citando il crescente status internazionale del Paese e la crisi finanziaria globale del 2008. «Ma se la Cina puntava a 5.000 tonnellate oltre 15 anni fa, ora ci si dovrebbe probabilmente aspettare un numero più elevato, dato che l’economia si è espansa rapidamente da allora» ha affermato l’analista di Bnp Paribas David Wilson.
L’oro è il bene rifugio per eccellenza, ma in questo scenario Pechino sembra puntare a un obiettivo decisamente più ambizioso: rafforzare la credibilità internazionale dello yuan. Accumulare metallo prezioso significa, infatti, poter sostenere la moneta nazionale come alternativa al dollaro nei circuiti del commercio internazionale.
Xi Jinping, parallelamente all’espansione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) e ad accordi bilaterali sempre più numerosi, sta creando le condizioni per uno yuan “moneta di riferimento”. E l’oro, in questo processo, rappresenta una sorta di garanzia patrimoniale, un asset in grado di consolidarne la reputazione.
Non è solo la banca centrale a muoversi. Negli ultimi mesi la Cina ha registrato anche un’impennata dei conti di trading azionari aperti dai piccoli investitori, segno di un’euforia che ha spinto l’indice di Shanghai ai massimi da dieci anni. Un film già visto: nel 2015, al boom seguì un crollo del 40%. Per questo Pechino è sembrata voler raffreddare l’eccesso di entusiasmo sui listini azionari, mentre non mostra alcuna intenzione di frenare la corsa all’oro. Anzi, la incoraggia silenziosamente: meglio capitalizzare l’interesse dei cittadini verso un bene che, oltre a proteggere i risparmi, rafforza la strategia geopolitica del Paese che vuole cambiare gli equilibri globali
Se in Europa e negli Stati Uniti il dibattito resta centrato su inflazione e tassi della Federal Reserve, la vera novità viene da Oriente: l’oro non è più solo un barometro delle tensioni sui mercati, ma diventa parte integrante di un disegno politico-economico. In altre parole, non è solo l’incertezza a far brillare il metallo giallo: è la mano di Pechino a ridisegnare lo scenario globale.
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Lo zampino di Pechino dietro la corsa senza fine dell’oro sui mercati mondiali
La People’s Bank è il maggiore acquirente mondiale tra le banche centrali e in tre anni ha messo nei suoi forzieri quasi 300 tonnellate di lingotti. L’obiettivo è usare il metallo giallo per far diventare lo yuan la moneta di riferimento per i Paesi emergenti
