Dall’inizio dell’anno ha perso il 14% sull’euro e su tutte le principali valute nel peggior semestre dal 1973. Un crollo del genere sarebbe già una notizia se riguardasse una qualsiasi moneta, ma se, come ora, riguarda il dollaro, la valuta più importante perché è il punto di riferimento dell’economia mondiale, è un terremoto che cambia tutto per gli investimenti di chi vive fuori dagli Stati Uniti. Un esempio? Dal primo gennaio Nvidia ha guadagnato a New York il 13,69%: per gli investitori americani è un buon risultato, mentre gli europei che ragionano, spendono e guadagnano in euro hanno perso una frazione di punto. Tesla, nello stesso periodo, ha perso il 16% che diventa un -30% per coloro che vogliono monetizzare l’investimento in euro.
Questo ragionamento vale per tutte le azioni quotate a Wall Street, per le obbligazioni made in Usa e soprattutto per le materie prime. Il petrolio, ad esempio, considerando il prezzo del Brent, da inizio anno, tra alti e bassi, ha perso il 10% in dollari e il 24% in euro, e lo stesso discorso, con percentuali a volte positive e a volte no, vale per la soia, il succo d’arancia, l’argento, lo zinco e tutte quelle quotate in dollari, dopo il cambio in euro, in sterline, in yen giapponesi, o in franchi svizzeri. Uguale e diverso è il ragionamento sull’oro: uguale perché è quotato in un dollaro che vale meno, diverso perché la crescita del valore è sicuramente in parte dovuta all’abbandono dei dollari da parte degli investitori e delle banche centrali. Insomma, il prezzo dell’oro in dollari, forse, non sarebbe salito del 27% da gennaio se il biglietto verde non fosse sceso del 14%.
Non si può dire la stessa cosa, invece, per le criptovalute: il Bitcoin in dollari ha guadagnato il 16% e in euro il 2%, mentre Ethereum, la seconda moneta digitale per importanza, ha perso in euro oltre il 30%.
Cambia tutto anche per le aziende quotate che vendono negli Stati Uniti e per quelle americane che esportano all’estero. Le prime oltre ai dazi dovranno tenere conto del calo del dollaro per fissare i prezzi oltreoceano. Se a inizio anno vendendo una qualsiasi cosa a mille dollari negli Stati Uniti mettevano a bilancio un entrata di 971 euro, ora se fanno la stessa cosa, considerando un dazio del 10%, ne incassano 762. Una gran brutta botta che porterà sicuramente a un aumento dei prezzi e una diminuzione delle vendite negli Usa. Per le aziende americane che esportano beni e servizi in giro per il mondo, invece, è una manna. Un esempio: un abbonamento a Netflix che costa in Italia 20 euro a gennaio portava nelle casse del colosso tecnologico 20,6 dollari ora ne porta 23,6. E sarà un bel vantaggio, ma solo per gli investitori americani che ragionano in dollari.
Il crollo del biglietto verde non è un incidente di percorso, ma uno dei punti principali della politica economica dell’amministrazione Trump ed Economia & Risparmio ne ha dato conto tre mesi fa quando non era ancora all’orizzonte. Il problema è quando si fermerà la discesa e su che valore si troverà un nuovo punto di equilibrio. La soglia di scambio di 1,20 dollari per un euro è il limite psicologico oltre il quale si entrerebbe in una zona rischiosa, ha detto il vice presidente della Bce Luis de Guindos a Bloomberg Television: «Fino a quel punto è lecito non preoccuparsene troppo, ma andare oltre sarebbe molto più complicato».
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