Seleziona una pagina

ARTICOLI

Il valore del capitale privato nei portafogli moderni, il potere silenzioso del Private Equity
Di Carlo Cidonio |
Pubblicato il 16 Giugno 2025

Nell’attuale contesto economico globale, caratterizzato da instabilità geopolitica, tassi d’interesse normalizzati e forte volatilità sui mercati, il ruolo del Private Equity assume una rilevanza strategica crescente che lo rende di fatto un investimento idoneo e prodromico a efficientare ogni asset allocation. Nel corso del 2024 il fundraising degli operatori in Italia è stato di 6,6 miliardi di euro, contro i 3,7 miliardi dell’anno precedente (+77%) e ha generato 732 operazioni tra private equity e venture capital per un controvalore complessivo di circa 15 miliardi di euro. Numeri ancor più rilevanti emergono dal Internal Rate of Return (IRR) ovvero al rendimento lordo aggregato, che negli ultimi 10 anni si è attestato intorno al 19,10% come rilevato nel recente report di KPMG. A seguito del processo di normalizzazione monetaria avviato nel biennio 2022–2023, il mercato delle imprese ha registrato una contrazione dei multipli di valutazione, in particolare per le piccole e medie aziende, e tale fenomeno ha prodotto una condizione di underpricing che ha consentito agli operatori di Private Equity di aumentare considerevolmente il numero di partecipazioni acquisite a parametri ancor più vantaggiosi. Tradizionalmente, il mercato del Private Equity è stato a esclusivo appannaggio degli investitori istituzionali, quali fondi pensione, compagnie assicurative e managers qualificati, in ragione della sua elevata illiquidità, complessità operativa e necessità di capitali importanti e consistenti. Tuttavia, negli ultimi anni si è registrata una progressiva democratizzazione dell’accesso a fondi specializzati in asset non quotati, con un crescente coinvolgimento di Family Office, Private Banking e high-net-worth individuals, attratti dalla possibilità sia di conseguire rendimenti superiori rispetto agli investimenti tradizionali sia dalla maggiore decorrelazione verso i mercati a contrattazione continua.

 

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers

 

I vantaggi offerti da questa asset class, tra cui l’accesso a capitale paziente, l’expertise gestionale, la governance qualificata e l’orientamento alla creazione di valore nel lungo periodo, risultano particolarmente rilevanti in un contesto in cui molte imprese affrontano sfide legate alla digitalizzazione, all’internazionalizzazione e al ricambio generazionale. Diversi studi (Harris, Jenkinson & Kaplan, 2014; Phalippou & Gottschalg, 2009) evidenziano, poi, come in un orizzonte temporale di medio-lungo periodo i fondi di Private Equity sono in grado di generare rendimenti superiori rispetto ai tradizionali benchmark dei mercati quotati. Tali rendimenti derivano non solo dall’arbitraggio valutativo, ma anche da una creazione attiva di valore ottenuta attraverso il miglioramento dell’efficienza operativa, la riorganizzazione societaria e la crescita inorganica mediante acquisizioni (buy-and-build strategy). Inoltre, l’illiquidità connaturata di tali investimenti rappresenta, paradossalmente, una forma di protezione contro la volatilità a breve termine e verso le profonde discrasie comportamentali degli investitori retail.
Alla luce di quanto emerso, si può affermare che i fondi di Private Equity, oltre a essere una obbligata ed efficiente integrazione alle forme tradizionali di investimento, rappresentano ad oggi una componente strategica del capitalismo moderno, in grado di accompagnare e guidare le trasformazioni economiche globali.