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Stagflazione: ritorno di un fenomeno tra politiche sbagliate e shock globali
Di Carlo Cidonio |
Pubblicato il 20 Maggio 2025
I dati degli Usa sembrano andare verso una situazione nella quale l’inflazione ancora alta si somma a una contrazione del Pil. Ecco come ridurre i rischi

Il termine “stagflazione”, crasi tra le parole stagnazione e inflazione, fu utilizzato per la prima volta nel 1965 dal politico conservatore britannico Iain Macleod durante un discorso alla Camera dei Comuni, per descrivere la difficile situazione economica del Regno Unito. Si tratta di una combinazione rara e complessa tra stagnazione economica, alta disoccupazione e inflazione persistente. Negli Stati Uniti alcuni dati recenti sembrano suggerire un ritorno di questo scenario. Il Prodotto interno lordo (Pil) ha registrato nel primo trimestre dell’anno una contrazione annualizzata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente contro delle attese di -0,2%, dopo un +2,4% nel trimestre precedente. Anche il mercato del lavoro ha mostrato segni di debolezza: secondo l’indice ADP, nel mese di aprile sono stati creati 62.000 nuovi posti di lavoro, ben al di sotto delle aspettative (+115.000) e in netto calo rispetto ai 155.000 del mese precedente.
L’inasprimento dei dazi doganali ha generato inevitabilmente uno shock su tutta la catena di approvvigionamento, contribuendo a un disallineamento tra domanda e offerta, sostenendo così ulteriori pressioni inflazionistiche. Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, durante un suo discorso a Chicago all’Economic Club ha affermato: «Il nostro compito è mantenere ben ancorate le aspettative di inflazione a lungo termine e assicurarci che un aumento una tantum dei prezzi non si trasformi in un fenomeno inflazionistico persistente». La Federal Reserve si trova oggi in una posizione estremamente complicata: da un lato, un rialzo dei tassi d’interesse aiuterebbe a contenere l’inflazione ancora troppo “sticky”; dall’altro, rischierebbe di aggravare ulteriormente il rallentamento economico in atto. Per questo motivo, nella sua terza riunione del 2025, la Fed ha mantenuto un approccio prudente, lasciando i tassi invariati tra il 4,25% e il 4,50%, anche a causa delle crescenti preoccupazioni legate all’effetto dei dazi introdotti da Donald Trump.

 

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers

 

Altro tema di grande rilievo è rappresentato dal debito pubblico statunitense, sempre più vicino alla soglia record dei 36mila miliardi di dollari. Nel 2024, gli interessi sul debito federale degli Stati Uniti hanno raggiunto circa 882 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai 345 miliardi di quattro anni fa. Questo aumento ha fatto sì che gli interessi sul debito rappresentassero il 13% del bilancio federale, superando la spesa per la difesa (12,5%) e posizionandosi dietro alla previdenza sociale (21%). In questo contesto, i mercati finanziari, sia bond sia equity, che per loro natura anticipano i trend, si sono già allineati alla “Stagflation Trade”, ovvero un’allocazione dei capitali in asset class atavicamente più resilienti come energia, materie prime, utility e real estate. Per gli investitori, l’approccio strategico da prediligere in questo scenario di mercato potrebbe essere quello del “Risk Parity”, un modello di diversificazione dell’asset allocation che si impernia non sul capitale investito in ciascuna asset class, ma sulla contribuzione al rischio complessivo. Una strategia orientata al bilanciamento costante del rischio, piuttosto che del capitale, potrebbe infatti offrire una maggiore protezione contro i possibili drawdown causati da un contesto macroeconomico instabile e imprevedibile.