Svalutazione del dollaro, totale controllo della supply chain nei settori strategici come la difesa, la tecnologia digitale e il farmaceutico, controllo dei tassi d’interesse pagati sul debito pubblico, riduzione dei prezzi dell’energia e rialzo brutale dei dazi come sistema di coercizione e rappresaglia economica verso i Paesi “terzi”, cioè tutti: questi erano gli obiettivi che Donald Trump voleva perseguire secondo l’analisi pubblicata da Economia & Risparmio il 18 marzo scorso, ossia venti giorni prima del cosiddetto “liberation day” trumpiano. Nel nostro articolo, firmato da Franco Oppedisano, veniva ripreso e illustrato con cura uno studio prodotto da un gestore italiano, Maurizio Novelli, del fondo svizzero Lemanik Global Strategy: non da Mago Merlino, insomma, ma da un attento analista del programma elettorale di Trump (sì, c’era scritto tutto!).

La prima pagina del numero 100 di Economia&Risparmio con l’articolo che prevedeva quello che sarebbe successo nell’arco di poche settimane
A poco più di un mese dall’analisi di Novelli, e quindi a 14 giorni dal “liberation day”, cosa ne è stato del Trump-pensiero e delle sue concrete applicazioni di mercato? E cosa ne sarà?
Diciamo innanzitutto cosa non è successo, e diamo atto allo scalmanato presidente di Maga di averlo predetto. Non sono arrivati applausi: anzi, il crollo simultaneo dei mercati azionari e obbligazionari di tutto il mondo ha indotto la Casa Bianca a “congelare” per 90 giorni l’efficacia di quasi tutti i dazi (tranne quelli contro la Cina, che è il vero rivale, non certo la povera Europa) del colosso americano. Però è anche vero quel che ha detto volgarissimamente Trump («sono tutti qui a baciarmi il c***»): molti Paesi hanno preso contatti ufficiali con l’amministrazione americana chiedendo negoziati per abbattere i dazi. Trump, che ha poi ricevuto la premier italiana Giorgia Meloni, ha detto che però, in linea di massima, lui intende considerare l’Unione Europea come un unico interlocutore. E possiamo scommetterci: l’ha detto con crudele ironia, perché sa benissimo che l’Unione è sconnessa, discorde e politicamente debole.
Intanto il dollaro s’è svalutato, e questo a Trump può far piacere: sarà più facile esportare merci americane. Ma significa che anche i Treasury Bonds (insomma: i Btp americani) si comprano a meno, se li si paga in euro; ma rendono altrettanto meno, salvo che i tassi salgano, e infatti stanno salendo, e quindi il Tesoro statunitense dovrà spendere di più per rimunerare gli investitori che acquisteranno i suoi titoli. Però Trump non vuole che i tassi salgano oltre. D’altronde, con i dazi, creerà inflazione, perché le merci tassate all’importazione costeranno di più agli americani, e se l’inflazione aumenterà, la Federal Reserve alzerà i tassi. Insomma, un circolo vizioso in un sistema finanziario mondiale molto interconnesso.
Wall Street prima della crisi era gonfia come una rana, e infatti l’univo vero “guru” che la frequenta, Warren Buffett, aveva venduto tutto. E ora, spurgata degli eccessi, è tornata appetibile. Ma tutto considerato, la vera arma di Trump è l’imprevedibilità. Vuol negoziare, ma non dice come. Trarre qualsiasi morale è pericoloso. La parola d’ordine, per chi esporta come per chi investe, dev’essere: flessibilità e riflessi pronti.
