Le critiche della presidenza Trump alla Cina, alla Ue e a quasi tutti gli altri Paesi del mondo sono chiaramente legate alle condizioni economiche Usa, che ha un deficit federale di circa 1,8 trilioni, un disavanzo commerciale di oltre 3 trilioni l’anno e una posizione finanziaria negativa di 22 trilioni di dollari.
Il piano strategico del presidente americano prevede, per i prossimi 90 giorni, l’applicazione di un dazio del 10% sulle importazioni degli Stati Uniti, che ammontano a circa 4.100 miliardi di dollari e che corrispondono a circa 410 miliardi di dollari di dazi. Se si includono anche i dazi verso la Cina (del 145%) e quelli settoriali, si potrebbe arrivare ai 600 miliardi di dollari.
La vera incertezza riguarda le risposte di Canada, Messico, Giappone e Ue. Trump dovrà evitare eccessi che riducano l’uso del dollaro e i vantaggi della manifattura cinese, per non causare inflazione e un successivo rialzo dei tassi d’interesse. È vero che l’inflazione scende, ma, ancora, come sappiamo, non si è visto l’effetto dei dazi che tendono ad aumentare i prezzi e a ridurre i volumi.

Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni
Nel frattempo i mercati finanziari sono in calo, con il rischio che si sgonfi la bolla nei titoli delle Big Tech sostenuta dagli investimenti dei grandi fondi, fiduciosi sugli sviluppi dell’IA. Anche per questo la presidenza Trump mira a una deregulation, sia bancaria che tecnologica, che mantenga stabile il flusso di capitali verso Wall Street, che intanto mostra preoccupazione. Trump ha minimizzato l’impatto, ma non ha escluso una recessione. Cosa stranissima per un presidente appena insediato.
In questa logica va letta anche la politica aggressiva verso la Ue che mira a indebolire l’Euro e attrarre il risparmio europeo verso gli Usa. Certo, se i prezzi del gas aumentassero la bilancia commerciale americana trarrebbe notevoli benefici dall’esportazione di Gnl. Ed è questo l’altro versante del piano di Trump: mantenere buoni i rapporti con la Russia, la quale ha un peso determinante nel tenere alto il prezzo dell’energia, ovviamente quando non lo deve svendere per evitare sanzioni occidentali.
Senza dimenticare che Trump ha dichiarato di voler rifinanziare il taglio delle tasse varato nel 2017 (circa 450 miliardi di dollari all’anno che scadono a fine 2025) a cui si aggiungono le promesse di riduzioni fiscali fatte durante la campagna elettorale con l’obiettivo – prima delle elezioni di Midterm (novembre 2026) – di eliminare le tasse per coloro che guadagnano meno di 150mila dollari, trasferendo il peso fiscale dalle tasse interne ai dazi internazionali.
Ecco allora che si capisce il perimetro dello schema esistente dietro le mosse del 47esimo presidente Usa: ridurre drasticamente le tasse, vincere le elezioni di Midterm come pure quelle dei diversi stati federali per modificare la Costituzione ed eliminare i vincoli ai mandati presidenziali, inesistenti prima dei quattro mandati consecutivi della Presidenza di F.D. Roosevelt (1933/1945).
Per raggiungere questo scopo, serve il voto positivo dei due terzi di Camera e Senato e il 75% degli Stati federali (ovvero 39 stati). Considerando che 27 sono già nelle mani dei repubblicani riteniamo una visione miope il pensare che non vi sia una strategia dietro i piani dell’amministrazione Trump.
