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Trump punta dritto verso la recessione per far pagare agli altri il debito Usa
Di Franco Oppedisano |
Pubblicato il 14 Aprile 2025
L’imposizione di dazi del Liberation Day non aveva senso se si considera la situazione più che florida dell’economia americana. L’unica spiegazione possibile è il tentativo di mettere l’enorme indebitamento in comune con il resto del mondo, usando il ricatto

Cosa succederà non lo sa nessuno perché non era mai successo prima e perché sono già iniziati colloqui tra gli Stati che in parte cambieranno lo scenario. I dazi messi in campo da Trump, in ogni caso, cambiano tutto, danno un gran colpo alla globalizzazione, mettono a rischio i rapporti internazionali, minano certezze durate decine e decine di anni. «Rischiano di distruggere l’ordine mondiale del libero scambio di cui gli Stati Uniti stessi sono stati promotori fin dalla Seconda guerra mondiale», ha affermato Takahide Kiuchi, economista esecutivo del Nomura Research Institute, e non ha esagerato.
Al momento l’ipotesi una recessione globale è stata scartata dalla direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, ma si parla di una potenziale contrazione complessiva del PIL mondiale pari a 500 miliardi di dollari e secondo Valdis Dombrovskis, commissario Ue agli Affari economici, ci sono stime del Fmi secondo cui a medio termine il Pil globale scenderà del 7%. «È come perdere quello complessivo della Germania e della Francia. L’impatto negativo è evidente» ha detto Dombrovskis.
La domanda che ci si può porre in questo momento è: perché?. Ovvero c’era proprio bisogno di questo Liberation Day? L’economia Usa lo scorso anno ha registrato una crescita del 2,8% e nel 2025 stava crescendo di oltre il 2%, Il tasso di disoccupazione era sceso dal 4,9% del 2020 al 4,1%, mentre l’inflazione era sotto controllo, passata dal 9,1% del giugno 2022 al 2,8%, all’interno dell’intervallo del target della Fed. Il 2024 di Wall Street è, poi, stato una sequenza di record: l’S&P 500 aveva superato i 6mila punti, sia il Dow Jones che il Nasdaq avevano ritoccato più volte i massimi. Insomma, l’economia statunitense sembrava rappresentare uno scenario perfetto, quello che in gergo viene chiama “Goldilocks”, riccioli d’oro. Ora, dopo la supposta liberazione, l’inflazione negli Usa sicuramente salirà perché cresceranno i prezzi della merce importata e diminuiranno i consumi interni.
La Fed non taglierà i tassi per cercare di controllare l’inflazione, le azioni soffriranno per le ritorsioni degli altri Stati, per la contrazione del Pil mondiale, per le mancate vendite in giro per il mondo. Una situazione di incertezza simile non favorirà certo l’occupazione che peraltro non dava grandi problemi. Ridurre la disoccupazione Usa rischia di essere un boomerang per mancanza di personale e aumento degli stipendi che rischia di alimentare ulteriormente l’inflazione.
Altro che età dell’oro, sembra che Trump stia cercando con pervicacia una recessione. Perché? O c’è qualcosa che noi non sappiamo nei bilanci delle banche che potrebbe portare a una crisi simile a quella di Lehman Brothers, oppure è un modo drastico per affrontare l’unico vero problema degli Stati Uniti: il debito pubblico. Due ipotesi che potrebbero anche essere collegate. Nel primo caso qualcuno punta il dito contro il denaro prestato dalle banche per gli innumerevoli round di finanziamento delle aziende tecnologiche che, a volte, hanno fatto una brutta fine. Dall’altro, l’imporre dazi è un modo brutale per convincere il mondo a farsi carico di una parte delle spese sostenute dagli Usa, facendole pagare direttamente oppure convincendo i partner a comprare debito americano a un tasso molto basso. Partita difficile, rischiosa, ma non impossibile.