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Asset allocation: alla ricerca di un porto sicuro dopo la tempesta
Di Franco Saro |
Pubblicato il 14 Aprile 2025
Se ci sarà una recessione la scelta dovrebbe ricadere su titoli di Stato, azioni difensive, oro e franchi svizzeri. Se, invece, le economie maggiori continueranno a crescere sarà solo l’occasione buona per tornare a puntare sulle azioni

C’è un prima e un dopo il 2 aprile del 2025. Prima l’economia mondiale rivelava segnali contraddittori. Negli States la crescita segnava il passo, nonostante la tenuta di vendite al dettaglio e produzione industriale, e l’inflazione a febbraio si fermava al 2,8%. In Europa il Pil era visto in rialzo con segnali di assestamento nel 2025, l’inflazione calava, il piano ReArm prevedeva 800 miliardi di investimenti nel comparto difesa e la Germania approvava un nuovo progetto di spesa con la creazione di un fondo da mille miliardi di cui 50 per infrastrutture. Gli operatori temevano più di tutto una guerra commerciale, ma pochi immaginavano come e con che forza si sarebbe sviluppata. Poi, la bomba, i dazi, l’incertezza globale e la certezza di avere a che fare con una nazione che aveva guidato il mondo e ora sembrava volerlo distruggere. Il crollo delle borse si è portato via una decina di migliaia di miliardi di dollari, il biglietto verde è crollato, il petrolio è affondato e persino l’oro ha ricevuto uno scossone.
Quale scelta di investimento prediligere dopo il botto? Premesso che nessuno lo sa con certezza, ci sono tre domande importanti da porsi prima di andare avanti. Quanto salirà l’inflazione? Il mondo e le principali economie entreranno in recessione? Si sfiorerà la depressione con economie importanti che registreranno cali del Pil vicini al 10% come avvenne nel 1929 dopo il crollo di Wall Street? In quest’ultimo caso, per fortuna ancora molto lontano, bisognerà cercare di individuare cosa perderà meno perché perderanno, in termini reali, tutti, tranne forse l’oro.
In caso di recessione, invece, la ricetta è quasi banale: titoli di Stato, materie prime, azioni difensive, valute forti. Bund tedeschi, Gilt inglesi e Btp italiani potrebbero essere un porto abbastanza sicuro, ma con ogni probabilità offriranno rendimenti inferiori al tasso d’inflazione. Azioni di qualità in settori come la sanità, i consumi di base, farmaceutici e utility mostrano storicamente una maggiore stabilità in periodi di crisi. Oppure aziende con dividendi robusti in settori anticiclici.
Qualcuno parla anche di titoli del lusso convinto che i dazi facciano meno male a chi si può permettere di spendere cifre folli, ma in un mondo globalizzato e, per ora, fatto a pezzi, non è più del tutto vero. Poi ci sono il franco svizzero e l’oro, due sicurezze storiche. E qualche tempo fa, subito dopo di loro ci sarebbe stato il dollaro, ma pare evidente l’intenzione di Trump di svalutarlo il più possibile e, quindi, non è una buona idea tenerlo in portafoglio.
Se invece non ci sarà recessione in Europa e negli Stati Uniti, la Cina continuerà ad avere un trend di crescita vicino al 5% e gli Usa arriveranno a stringere accordi con il resto del mondo, quello che è accaduto il 2 aprile sarà servito solo per ripulire gli eccessi di un mercato azionario troppo esuberante e la giostra ricomincerà con più forza di prima. Chi ha perso di più in quei giorni sono i titoli che hanno performato meglio negli ultimi anni, con gli investitori che, decisi a portarsi a casa almeno una parte dei guadagni fatti, ha venduto prima possibile e a qualsiasi prezzo. Dopo gli acquisti torneranno a premiare i soliti noti: le azioni legate all’IA, la difesa, le banche italiane.