Il consensus è un indicatore delle aspettative degli analisti sulle prospettive future di un titolo quotato o di alcune grandezze caratteristiche della società emittente, in pratica è una media delle loro previsioni. Se gli analisti pensano che un listino o un titolo salirà non è detto che succeda, ma è probabile perché sono loro a dare indicazioni agli investitori.
Il sentiment del mercato, invece, può essere definito come l’atteggiamento complessivo degli investitori verso un bene particolare o il mercato nel suo complesso. È un sentimento o un tono di un mercato, o la sua psicologia, che si rivela attraverso l’attività e il movimento dei prezzi. Ad esempio, in un mercato che cresce in un periodo particolarmente favorevole per un titolo, venderlo allo scoperto non è, nella maggior parte dei casi, una buona idea.
Andare contro il sentiment non sempre paga. Ma a volte il sentiment cambia rapidamente, da un giorno all’altro. È quello che è successo mercoledì scorso sulle piazze finanziarie di tutto il mondo. A quel punto il consensus diventa una mera speranza, una visione di un mondo che non c’è più, e il sentiment positivo che ha sorretto gli investitori si trasforma in panic selling.
Warren Buffett ha detto: «abbi paura quando gli altri sono avidi e sii avido quando gli altri hanno paura», ma non è facile. Giovedì scorso tutti hanno cercato di portare a casa i guadagni ottenuti nei mesi precedenti, o hanno tentato di farlo almeno in parte. Titoli, indici, materie prime e persino l’oro sono crollati per il medesimo motivo: la paura. Non c’è stata nessuna distinzione, solo percentuali di riduzioni diverse. Tutto, o quasi, era solo in vendita.
Se il piano di Trump coincide con quello del suo capo economista Stephen Miran (in sostanza riuscire a scaricare una parte del debito federale sugli altri Paesi, sgonfiare le bolle speculative e abbassare il valore del dollaro), con l’annuncio dei dazi e l’inizio di «una nuova era dell’oro per gli Stati Uniti», un paio di risultati li ha, parzialmente, già ottenuti. La valuta americana ha perso sull’euro quasi tre punti percentuali e questo significa un minor valore per chi esporta negli Usa. Il Dow Jones ha perso quasi quattro punti percentuali, il Nasdaq quasi sei. Tutti, o quasi, hanno pagato pegno, anche i nomi più blasonati.
E le fabbriche che il presidente americano ha promesso di riportare in Patria? Se il mercato Usa è così importante per le aziende coinvolte qualcosa arriverà. Altri pagheranno i dazi e riverseranno i costi sui consumatori americani. Un esempio è Nike che ha due fabbriche negli Stati Uniti (una in Oregon e l’altra in Missouri) e altri 700 stabilimenti di produzione in giro per il mondo, soprattutto in Oriente. Ora l’azienda dovrà pagare dazi che giungeranno fino al 46% sulle scarpe da ginnastica che importerà negli Stati Uniti, perché ci vorrebbero anni per riportare tutta la produzione negli Usa. In entrambi i casi le sue scarpe nelle vetrine americane costeranno di più, e non di poco.
Trump, poi, cerca di fermare l’acqua con le mani. Le merci viaggeranno dai Paesi dove i dazi sono più alti verso quelli con dazi inferiori come trottole e, in parte, i suoi sforzi verranno vanificati.
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Quando arriva la paura, il consensus e il sentiment finiscono in soffitta
Le indicazioni degli analisti e l’ottimismo degli investitori possono sparire in pochi minuti quando sul mercato arriva il panico. L’unico obiettivo diventa quello di riuscire a portare a casa, almeno in parte, i guadagni che sono stati già realizzati, o perdere il meno possibile
