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Il cigno nero che cambia tutto in peggio potrebbe essere Taiwan
Di Carlo Cidonio |
Pubblicato il 8 Aprile 2025
L’isola produce il 60% dei semiconduttori dell’intero mercato mondiale e le crescenti tensioni con la Cina rischiano di frenare sia la transizione digitale, sia quella energetica

E se a sostegno della teoria del cigno nero di Nassim Taleb ci fosse l’isola di Taiwan? Con una superfice di 36mila chilometri quadrati e 24 milioni di abitanti è il terzo Paese al mondo per densità di popolazione e produce il 60% dei semiconduttori dell’intero mercato mondiale che ha registrato una crescita del 18,1% nel 2024, raggiungendo un fatturato totale di 626 miliardi di dollari. Ancor più sfidanti sono le stime per il 2025 dove vengono evidenziati ricavi per oltre 705 miliardi di dollari.
Nei primi 15 posti nella lista di Forbes per il Pil pro-capite (circa 76mila dollari) e con una previsione di crescita del prodotto interno lordo per il 2025 del 3,29%, Taiwan continua a suscitare l’interesse di molti, ma soprattutto della vicina Cina che dista solo 180 chilometri.
La Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, azienda leader del settore fondata nel 1987, oltre ad aver deciso di investire 100 miliardi di dollari in quattro anni per nuove fabbriche sul territorio americano avvierà una nuova linea di produzione per chip da 2 nanometri per puntare poi, nel 2026, a quelli da 1.6 nanometri. La corsa alla miniaturizzazione dei chip sarà il trigger di una innovazione tecnologica ancor più esasperata ed espansiva che va a confermare la prima “legge di Moore”, cofondatore di Intel, che nel 1965 sosteneva che il numero di transistor all’interno di un microchip sarebbe raddoppiato ogni anno, generando di fatto una maggior capacità di calcolo.
Il business dei semiconduttori per Taiwan non è solo una vera rivoluzione tecnologica ma anche una fonte inesauribile di ricchezza che sta ridisegnando, obtorto collo, i confini geografici nello stretto di Formosa tra Taipei e Pechino, con l’effetto di rendere nuovamente instabili e precari equilibri storicamente in discussione andando così a determinare nuove traiettorie del potere globale.
Taiwan è inoltre un considerevole hub marittimo con porti strategici come quelli di Kaohsiung e Keelung che rendono di fatto lo stretto di Taiwan una delle rotte più trafficate al mondo, crocevia obbligato per circa il 40% del traffico mondiale delle navi cargo.
Le mire espansionistiche della Cina non sono certo mai state né sopite né celate. Nuove esercitazioni sempre più imponenti e minacciose rendono le acque del mare cinese ancor più agitate. Attriti e frizioni anche solo commerciali innescherebbero delle serie ripercussioni globali, andando di fatto a ridelineare alleanze e nuovi equilibri geopolitici. Ne soffrirebbe l’intero mercato dei semiconduttori ostacolando inevitabilmente sia la transizione digitale che quella energetica, impattando drasticamente su tutta la filiera generativa dell’intelligenza artificiale in tutte le sue declinazioni. Assisteremmo a una drastica riduzione di scambi commerciali, petrolio, gas naturale e terre rare su tutti, innescando cosi una violenta spirale inflazionistica difficilmente governabile dalle Banche Centrali nel breve termine.

 

Carlo Cidonio, vicedirettore generale Anpib, Associazione nazionale private & investment bankers

 

Facile poi intuire la reazione dei mercati finanziari e il contestuale riposizionamento degli asset managers di fronte a scenari di forte incertezza. Nel primo trimestre del 2025, il mercato azionario taiwanese TWII ha registrato una performance negativa di circa il 10%, aumentando sensibilmente la volatilità sulle tensioni delle politiche commerciali aggressive degli Stati Uniti, con dazi al 32%, e sulle ormai continue pressioni militari da parte della Cina, portando a deflussi record di capitali stranieri per 14 miliardi di dollari.